lunedì 10 gennaio 2011

16. La Fine di un Viaggio

Non c'è che dire,
il Cercatore è decisamente meno prolisso e prolifico di quanto non fosse il (non compianto) Corridore.
Sei mesi di silenzio, in cui sono successe moltissime cose che sarebbe valsa la pena raccontare. Oppure no?
Di sicuro se lo avessi fatto la narrazione risulterebbe meno sfilacciata. Ma visto che alla fine io sono l'unico vero lettore di questo blog, ed avendo io una conoscenza dei fatti assai migliore e particolareggiata di quanto ivi riportato... a chi importa?

Cosa mi spinge a calcare di nuovo le terre del Tartaro?

Un lettore attento, uno scolaro diligente alzerà il braccio dal primo banco gridando: "Il dolore! La rabbia! La paura! La Paranoia!".

Sbagliato. Oh, solo per la pigrizia di una mano e di una mente che non necessita più di estroflettere il suo dolore come lo stomaco di alcuni curiosi pesci. Ci sono state molte esplosioni di dolore nella mia mente, molti spurghi di ferite suppuranti e malefiche.

Eppure non è tutto questo che in questa occasione mi ha spinto qui. Come in un post ormai lontano ho fatto per l'Albero, sono qui per parlare d'Amore e della fine di un'Epoca.


Fuori dal Deserto di Pietra

Tempo addietro paragonai, con le dovute distinzioni, la mia uscita dal Golgota Inverso all'Esodo biblico. So che può sembrare megalomania, forse un po' lo è, ma mi piace creare immagini forti ed evocative, tanto da rifarmi a qualcosa che vada un po' oltre la cultura pop di qualche blogger bimbomikia.

Come per l'epopea del Popolo d'Israele, ho vagato a lungo nel Deserto, soffrendo e interrogandomi su me stesso e su ciò che mi ci aveva portato.

Mi sembra strano, ora, ricordare tutto l'odio e il rancore che provavo al tempo. Ma come sempre succede, le emozioni sono vive finché ci sono, poi ne resta vivido il ricordo... e poi pian piano si attenuano, quando nuove esperienze e gioie ci fanno andare avanti. Molti pensano che il Tempo sia una cura.. in realtà è la Vita ad esserlo, ciò che va a riempire i vuoti e le ferite. Di per sé, il tempo è solo una dimensione arida, un'infinita linea prospettica su cui proiettare le nostre paranoie, il nostro dolore e il nostro vittimismo.

Vagare nel Deserto mi ha insegnato una cosa: a usare l'amore per me stesso per contrastare il mio senso di colpa. Sviscerati i miei errori e le mie responsabilità, sono stato pronto a presentare il conto alla Signora del Labirinto per il male che mi aveva fatto.

Chi è la
Signora del Labirinto? Una delle figure che mi hanno portato alla Caduta nel Golgota Inverso, un personaggio di cui avrei dovuto parlare in questo blog ma che per pigrizia (o eccessivo dolore) non sono riuscito a descrivere a dovere.
Peccato.

Pazienza.
Amen.
Meglio così!

Sono stato un po' codardo, ora lo capisco. Ho chiesto il conto solo a lei e non agli altri, perché sapevo che dagli altri MAI avrei potuto ottenere soddisfazione. Però, a ben vedere, con gli altri sarebbe stato inutile, non parlavano la mia lingua e non erano interessati a me, figuriamoci ai miei problemi.

E poi: io alla Signora volevo ancora bene, al tempo, nonostante il rancore. Speravo che liberarmene sarebbe servito a riavviciniarsi, ma ho sbagliato i conti.

A posteriori posso dire che non avrebbe mai funzionato: aspettare sei mesi per parlare di un male subito sa di ridicolo, specialmente per una persona che si era lasciata tutto alle spalle, dopo aver trovato altrove ciò che aveva invano cercato in me.

Sciocco aspettare tanto? No. Ingenuo forse, ma sicuramente non inutile. Perché se non avessi aspettato di essere pronto....avrei tirato fuori tutta la mia violenza e la mia crudeltà. Forse dovrei parlarne davvero, in effetti meritano questi argomenti. Ma non in questo post.

Dopo aver ricevuto una meravigliosa risposta dalla suddetta Signora, nella quale mi dimostrò quanto avessi ragione e nel contempo quanto mi fossi illuso sul suo conto, attraversai un profondo canyon su un ponte di Fuoco e Feriocia, ritrovandomi fuori dal Deserto di Pietra.

Wow. Entusiamo. Vittoria. Fico.

Libero? macché. Fu un importante passo avanti, avevo tirato fuori un dolore covato per sei mesi.. ma la reazione non mi aveva certo soddisfatto, le mie ferite erano rimarginate, ma non affatto guarite. E il passare del tempo non serviva (vedi sopra), perché il rancore ancora affiorava come un geyser di rabbia.

Stremato, ferito, arrivai così all'estate, con una voglia di divertirmi che nasceva da una disperata voglia di riscatto. Il fato mi portò a uscire dalla mia vita e a trascorrere un favoloso idillio in uno dei posti più belli del mondo: un villaggio di sole e gradini, fra il mare e i monti. Per di più, in compagnia di un gruppo di persone stupende.

E lì conobbi Lei, una delle persone che, seppur per un tempo brevissimo, ho avuto modo di amare con un'intensità sorprendente, tanto da renderla una dei personaggi più importanti di questo blog.
La persona che mi ha salvato, la persona che mi ha guarito.
La persona che ha riportato la luce nel mio cuore.
La persona che mi ha insegnato a volare.

Andromeda Oscura

Come posso in questo blog esprimire quel che provo veramente per te? un sentimento così complesso, ricco, VIVO che per la prima volta sento come una costrizione tutte le immagini, i simboli e le metafore del Tartaro.

Ora che la nostra storia è finita, sento però di dover tracciare qualcosa per te, in questa terra di sogno. Per il
breve passato insieme, per il triste presente che ci vede impegnati nel distacco, per il futuro che ci attende, non più insieme ma magari... comunque vicini, in qualche modo.

Tu mi hai guarito. Mi hai dato la forza di affrontare il male che mi era stato fatto e che mi ero inflitto. Fra le tue braccia, piangente, ho aperto altri Pozzi oscuri, ci ho guardato dentro, ho portato fuori il marcio della mia anima. Con te, che asciugavi le mie lacrime, sopportavi le mie paranoie, assolvevi il MALE che ho fatto, che sono. Mi hai reso un uomo più libero. Mi hai aiutato a chiudere più di un capitolo, di affrontare più di un dolore, compresi quelli causati dalla Signora del Labirinto.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai raccolto, spezzato, quando una tragedia esterna e assudra ha portato via all'affetto mio e di mia madre una persona davvero cara, amata e importante.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai mostrato il dolore vero. Nel tuo passato ho visto l'orrore e la sofferenza, cose ben più serie delle sciocchezze che ho provato io. Mi hai fatto provare la paura per ciò che ho visto, ma per te, Luce del mio Cuore, mi son fatto violenza e ho superato o accettato tutto ciò che ho provato. E' stato difficile e costoso, ma sono contento di averlo fatto. Me ne porto ancora le ferite, lo so... ma penso che con te io possa aver compreso il vero senso della Compassione, il che mi ripaga e molto.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai reso felice: mi hai fatto sentire amato, coccolato, apprezzato. Mi hai fatto capire che sì, sono una persona oscura, ma so anche essere di nuovo una persona premurosa e capace di amare. Mi hai fatto sentire speciale e meraviglioso, per te. Mi hai regalato momenti di indicibile gioia, scoperta anche nelle cose più piccole e quotidiane. E potendoti vedere solo per breve tempo, vista la distanza fisica che separa le nostre città, mi hai insegnato a godermi l'attimo, il presente, senza aspettare sempre un irraggiungibile futuro.
Grazie, amore mio.

Tu sei stata una sfida: così diversa da me, a volte così distante dai miei schemi che ho dovuto lottare per accettare tante cose. Ho imparato il significato del compromesso e il senso del LIMITE: alcune cose ero pronto a non accettarle, a qualunque costo. Ma ho anche imparato che molti dei limiti che mi pongo sono solo gabbie mentali, che possono e devono essere frantumate.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai fatto scoprire una parte della mia natura, per il bene o per il male. Io sono uno specchio: porto naturalmente le donne che stanno con me davanti a loro stesse, a guardare la parte più oscura di loro. Lo faccio giudicando il meno possibile, ma spingendo le persone ad affrontare le prorie responsabilità, a contemplare il male fatto agli altri, per poter migliorare. Chi non è abbastanza forte per accettarlo, scappa: così è stato per la Signora del Labirinto.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai stupito e commosso: quando ti conobbi non pensavo proprio che fossi una persona così bella, che fossi in grado di darmi così tanto, di spingerti così avanti, di affrontare i tuoi limiti...per me. Non lo dimenticherò mai, è una cosa straordinaria e preziosa.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai fatto sognare: una vita con te, un futuro insieme, vacanze, viaggi, momenti felici. Sono l'unica cosa che rimpianga davvero, non poterli vivere con te, fra le tue braccia, respirando il tuo profumo. Molti sono stati solo giochi, miraggi irraggiungibili disegnati da un momento romantico, presto stroncato dalla realtà. Ma non è quello l'importante, non è il fatto che non si siano realizzati. Ti sono grato per averli anche solo sognati con me.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai insegnato a volare: ho raggiunto una nuova e più ampia consapevolezza di me. Non solo da Corridore son diventato Cercatore, ma ora il cercatore può librarsi nell'aria del Tartaro, staccarsi dal suolo. Inizia la libertà.
Grazie, amore mio.

Tu mi hai rispettato e questa è la cosa abbia amato di più. Nonostante la tua natura, nonostate le tue attitudini, tu hai rispettato ciò che ti ho chiesto all'inizio: il rispetto, secondo la mia declinazione.
Mi rattrista che sia finita, di una tristezza permeata di dolore e struggimento. Non si incontra tanto spesso, in una sola vita, una persona che ti faccia sentire così vivo, amato, completo. Ma se ci lasciamo, non è per inadeguatezza mia o tua: ognuno deve percorrere la sua strada, dal punto in cui si trova, non fingendo di essere dove si vuole. Nonostante le mille difficolta, t
u mi hai rispettato e sono veramente orgoglioso di te.
Grazie, amore mio.

E' tempo che vada, amore mio. Le tue Catene ti legano al dolore, all'incertezza, alla paura. Tu sola puoi spezzarle, io non sono stato abbastanza forte. Non posso portarti con me, non posso salvarti, per quanto mi venga voglia di urlare al pensiero.
Tu sola puoi salvarti e penso che tu abbia tutti gli strumenti per farlo. Una parte li hai sempre avuti, ma tu mi hai dato così tanto che spero di averti fornito almeno un piccolo aiuto, una piccola lima per segare le tue Catene.
Mentre io concludo il mio viaggio, tu ora inizierai il tuo.

Buona fortuna, amore mio. E ricorda che il Cercatore è da sempre da qualche parte, nel Tartaro.


La Fine di un Viaggio

E così mi libro nell'aria, fino alla cima di una rupe che taglia l'orizzonte. Il mio viaggio, iniziato tanto tempo fa con la Trasfigurazione dell'Albero, è finito.
Ho affrontato dolore, ansia, rancore, rabbia... ma penso di essermela cavata abbastanza bene.
Presto sarà tempo di ripartire. Non ci si ferma mai, nel Tartaro. Non ho ancora ciò che desidero, devo proseguire.
Ma qui, adesso, sul bordo della rupe, accendo un Fuoco di Segnalazione. Per chi è rimasto indietro, per chi si è perso. Per la mia amata Andromeda, in lotta con le sue Catene e la sua Oscurità, anche lei alla ricerca di ciò che più serve: Armonia ed Equilibrio.

Contemplando alta nel cielo la Costellazione dell'Albero, sentendo ancora sulle labbra il Bacio di Andromeda, ora mi riposo. Ora c'è luce, nel Tartaro.





lunedì 7 giugno 2010

15. La Pozzo e la Torre

Non sono più in una Landa Ghiacciata. L'Era Glaciale è finita.

Ora cammino in un Deserto di Pietra, arido e affascinante. Talvolta la mia ansia erutta dal terreno, ma è un processo liberatorio. Tanti piccoli scatti di una serratura, tante tessere di un puzzle che vanno a posto.

L'ansia passa nel momento in cui abbraccio appieno le mie sensazioni e me ne lascio pervadere. Nel momento in cui le accetto e riesco a guardare nel loro cuore più profondo. Non le fuggo più... e nel contempo non ho più bisogno di Correre, non devo più scagliarmi violentemente contro di loro. Lascio che siano loro a venire da me.

La mia narrazione si fa via via più sfilacciata, meno lineare. Nella corsa si possono fare mille curve, mille pieghe contorte, ma alla fine si traccia una linea: una sequenza di passi uno dopo l'altro. Ora invece sfrutto una dote del Cercatore: la ricerca non è necessariamente un processo sequenziale, ma multifasico, interlacciato. La ricerca non punta ossessivamente un obiettivo... lascia che sia l'obiettivo a raggiungermi. Dall'incoscio all'io coscente.

A volte il modo migliore di raggiungere un obiettivo è smettere di perseguirlo.

Ora vedo i miei pensieri come cristalli in un reticolo asimmetrico eppure ordinato, li uni connessi agli altri da tele di ragno umide di rugiada. E in ogni goccia d'acqua, vedo riflessi tutti i cristalli, all'infinito.

A volte il modo migliore per godersi la bellezza di qualcosa è semplicemente stare a guardare, senza cercare di capire perché ci piaccia.


Sento che la mia narrazione diventa onirica, meno razionale. E me ne compiaccio. Sarei tentato di partire a raccontare dalla fine, ma farò uno sforzo e manterrò l'ordine cronologico.

Il Pozzo e la Torre

Riprendo la narrazione dove l'ho lasciata al post 13, prima di lanciarmi in un'ode autocelebrativa del mio coraggio e della mia audacia (scherzo, si leggano le parole in corsivo rispettivamente come ostinazione e disperazione).

Ero intrappolato per mia volontà nel Golgota Inverso, un bel cratere di ghaiccio privo di uscita.

Ora sono fuori dalla mia prigione e per una volta posso dire con orgoglio (stavolta non scherzo, leggasi orgoglio) di non esserne fuggito ma di averla mandata in frantumi. Poco eroico forse, visto che me l'ero costruita da me... ma ne vado comunque fiero.

Il mio orgoglio si basa su un fatto semplice e preciso: per distruggere la mia gabbia ho dovuto affrontare me stesso, l'angolo più buio ed oscuro, qualcosa che affondava nelle radici del mio essere da sempre. Qualcosa che mi ha sempre fatto soffrire, che mi ha sempre portato a Correre, a cercare l'Amore degli altri, a sfracellarmi contro una realtà che non volevo vedere e accettare, ossia il gelo e la solitudine delle relazioni umane.

Per descrivere questa paura ricorro a un'immagine molto classica: un Pozzo. Buio, umido, maleodorante, così profondo che dal bordo non se ne vede la fine. Da questo Pozzo è sempre spirato un Vento gelido e mefitico, carico di paura, odio e disprezzo per me stesso. Una voce cavernosa che sussurrava ai miei sogni, alimentando il fuoco della mia ansia.

Sotto l'Albero mi sono protetto da questo Vento. Mi sono avvolto nel profumo dei fiori dell'amore per non sentire l'olezzo. Ma alla fine, rinchiuso in una prigione di ghiaccio di cui ero tanto il carceriere quanto il prigioniero, ho capito che la chiave per uscire dal Golgota era proprio scendere nel Pozzo e prendere la chiave.

Nella mia visione il Pozzo non è solo un semplice buco (da cui, per esempio, potrebbe uscire lo spirito di una bambina non morta e assassina). E' un tunnel verticale e ampio, dotato di una comoda (ancorché scivolosa) scala a chiocciola di pietra. E sopra il pozzo? una Torre altissima, costituita di sole arcate e piloni, senza muro. Una sorta di palazzo dell'Eur in verticale. Al proprio interno la Torre è cava: il vuoto circolare al suo centro è la prosecuzione del Pozzo, proiettato fuori dalla terra verso il cielo plumbeo di nubi.

E qui comincia la mia impresa.

Nel Pozzo sono sceso, in assoluta solitudine. Nessuno mi avrebbe potuto accompagnare. Nel corso della mia lunga e graduale discesa, tante volte l'oscurità vinse il mio scarso coraggio: ma fu solo un ritardo. Ad ogni tentativo, riuscvo a scendere un po' più a fondo. Via via ho lasciato sugli scalini le mie scuse, le mie false sicurezze, alleggerendomi di tutte le mie inutili difese. Non ci sono pericoli nel Pozzo, non ci sono neppure demoni. Solo la paura e la verità più oscura.

Così facendo, un giorno sono giunto sul fondo e la mia meraviglia fu grande. In fondo alla mia anima non ho trovato un mostro tentacoluto, un incubo di zanne e perversione.

Ho trovato una stanza spoglia, con una torcia e una sedia di legno. E sulla sedia? un bambino rannicchiato, solo e in lacrime. Disperato.

Paura di essere abbandonato. Paura di non essere amato. Paura di restare solo a urlare nel buio.

Ecco cosa mi ha sempre tormentato. Io non so perché, da dove venisse. Penso per il divorzio dei miei e soprattutto per il periodo triste e buio che ne è seguito. Ma è Paura. Tanta tanta Paura.

Quel giorno ci fu un grande cambiamento. Accucciato accanto al bambino, recitai il mio credo:
- si può avere Paura senza vergogna
- non si deve avere paura della Paura
- non si deve odiare la Paura ma accettarla per quello che è
- non si deve disprezzare la Paura ma solo affrontarla, giorno per giorno. anche se non la si può sconfiggere

E il bambino smise di piangere, lo presi per mano e diventammo una cosa sola. Lo guidai verso la luce, fuori dal Pozzo e ancora più in alto, in cima alla Torre.


Il Mozzo e la Ruota

Dalla cima della Torre contemplammo l'intero Tartaro, in tutto il suo splendore. Un vento freddo ma non pungente deterse dalle nostre narici il fetore del Pozzo e nell'aria tersa giunse la comprensione.
Eravamo al centro del Tartaro, come una Ruota che gira intorno ad un Mozzo, costituito dal Pozzo e dalla Torre.

Sul tetto della Torre? un bracere spento, pieno di un olio denso e vivifico, anche se pesante e lento. Insieme, io e il bambino usammo la torcia per incendiare l'olio, generando una luce rossa e cupa ma carica di speranza. Una luce di un faro in un mondo deserto e desolato.


L'Esodo dal Golgota Inverso

Del tempo è passato da allora, racconto queste cose guardandomi alle spalle. Ora sono nel Deserto di Pietra.

Il mio Esodo non è stato un atto temporalmente determinato e preciso come quello biblico.
Nessun Mosè ha aperto le acque. Ma a posteriori, mi rendo conto di aver fatto crollare la muraglia di ghiaccio che mi rinchiudeva, sul lato opposto a quello da cui ero precipitato.

Avanti. Devo adare avanti.
Il Deserto è ricco di Oasi, prodotte dai molti canali umani che cerco di scavare man mano. Sono giunto alla conclusione che un modo per non morire di fame è quello di coltivare molti terreni, senza investirci entusiasmi ed energie in eccesso. Non è (solo) cinismo: quando eccedo in un investimento, eccedo anche nelle aspettative. Quando queste vengono deluse, il mio cuore perde un altro pezzo: sono stanco di questo processo erosivo, non ne ho più la forza e la voglia. Ne ho paura.

Le Oasi sono preziose, mi danno ristoro e sollievo. Ma sono soltanto Oasi, non posso fermarmi a lungo. Le Oasi sono lampi di gioia che rischiarano il mio cuore...ma il mio cuore è ancora vuoto. Non sono più smarrito e perduto, ora ho la determinazione che mi sorregge, bruciando dalla cima della Torre, eppure questo non è ancora il momento o il luogo per fermarsi. Qui sopravvivo, mi rafforzo e apprendo cose nuove. Ma la vita è un'altra cosa.

La vera gioia, quella che sgorga dall'interno e dal profondo, è ancora lontana. Eppure sono fiducioso: sono uscito dal Golgota Inverso, uscirò anche dal Deserto di Pietra.

Il Viaggio del Cercatore Continua.

mercoledì 26 maggio 2010

14. IO

IO.
Pronome assoluto, di infinita potenza.

Io. Che sorrido con sguardo duro, mentre contemplo la strada percorsa e quella a me d'innanzi.
Io. Che sono arrivato al cuore della Tenebra e ne ho visto il contenuto.
Io. Che sono risorto dal mio Golgota Inverso.
Io: che ora sono il Centro del mio Tartaro.

Rileggendo il post precedente mi è venuto un senso di disgusto per l'eccessivo livello di autocommiserazione. Lo mitigo con la clemenza: ricordo bene quanto stessi male.

E qui un lettore attento (che non pretendo esista davvero) dovrebbe notare un nuovo termine: "clemenza". Credo di non averlo mai scritto in questo blog, almeno mai riferito a me stesso.

Ebbene, la clemenza è uno strumento del mio nuovo alter ego, il nuovo protagonista di questo folle specchio che è il mio blog.

Nel post precedente mi sono riferito a lui come Nuovo Corridore, per contrapporlo al Vecchio e perché dal Vecchio discende ed eredita molte caratteristiche.

Ma il mio nuovo personaggio ha un nuovo ruolo e quindi un nuovo simbolo.

Egli non corre ancora, anche se di sicuro lo farà.
Egli non è dilaniato dai demoni, anche se di sicurò accadrà.
Egli non si è ancora perso nel Tartaro, anche se prima o poi il destino lo guiderà per sentieri confusi e irti di errori.

Ma non è più un Corridore. Perché ora ha una consapevolezza diversa, ha meno paura dell'Oscurità perché a proprio da quella che è nato. Ed è in quella che ha imparato a muoversi e vivere.

Per lui la corsa è solo uno strumento, non la sua natura.
Per lui i Valli sono elementi strutturali, da costruire e preservare e magari ammorbidire, non solo da infrangere con rabbia e disprezzo.
Per lui l'obiettivo non è solo giungere alla Conoscenza, ma tramite essa riaggiungere ciò che veramente Cerca: l'Armonia e l'Equilibrio.

E poichè la sua natura è cambiata, egli ha un nuovo nome.

Egli è il Cercatore.

E il Cercatore sono IO.

sabato 20 marzo 2010

13. L'Era Glaciale

Rendiamo lode a te, nostro creatore,
per averci reso ciò che siamo,
per il potere che ci hai dato su di te,
per concederci di divorare le tue carni.
Abbiamo dormito per anni,
soggiogati dal potere dell'Albero,
ma mai sconfitti, mai realmente affrontati.
E ora che l'Albero è morto
e che tu sei di nuovo da solo,
siamo qui per la resa dei conti.
Ora che l'oscurità è scesa,
ora che il ghiaccio ricopre il Tartaro,
non puoi più nasconderti: sei nostro.
(Il Canto dei Prigioni)

Cari Prigioni. Demoni antichi, invero. Anzi: Protodemon: la loro forma non è definita, ma melliflua e appena abbozzata. Non hanno artigli o membra e non ne hanno bisogno. Mi spingono, mi imprigionano con la mera forza del loro peso. E li ho creati io. Loro sono me, sono le questioni irrisolte che l'amore dell'Albero aveva messo a tacere. Momentaneamente. E ora che sul Tartaro è sceso il Gelo, non ho più scampo. Meglio. Penso che questa sia una sorta di resa dei conti, anche se è davvero dura.

Di quel che ho trovato oltre le Montagne.

Nell'ultimo post ho scelto una chiusura cinematografica, una dissolvenza su di me che mi arrampico su una montagna erta ma abbordabile. Un messaggio di speranza, insomma: un bel paesaggio, una musica dolce e confortante, titoli di coda...

Cos'ho trovato al di là delle montagne? una pianura, vuota e scoperta, ma non desolata. Non a quel tempo, almeno.

Nella confusione e nell'euforia del momento, mi sono messo ad inseguire una Fata, la chiamerei la Regina delle Farfalle. Mi ha fatto battere il cuore e lo fa ancora, ma non posso raggiungerla: appartiene a un altro mondo... e a qualcun altro. Io sono un Corridore, non posso volare. E ho commesso tanti errori.

Poi ho conosciuto la Signora del Labirinto e ne sono stato subito attratto. Un mix di sensibilità, empatia, dolore a cui non ho saputo resistere. E da bravo Paladino del Cazzo, nel Labirinto mi sono perso e per uscirne ho dovuto sfondare i muri. A viva forza.
Della Signora del Labirinto, del male che le ho fatto e di quello che lei ha fatto a me dovrei parlare, ma è troppo presto.

Passate le montagne, per tutto il tempo ho sentito il Gelo incalzare e scioccamente sono corso verso Sud anziché affrontarlo. Ma a cavallo del vento freddo vedevo i Prigioni pronti a prendermi e sono stato debole. Ho cercato la via più facile: la fuga, il potermi riparare nel Labirinto.

Ma nel Labitinto c'é solo dolore: lì ho perso la mia gioia di vivere, la felicità, la speranza. E quando sono uscito, mi sono ritrovato in mezzo al Ghiaccio.


L'Era Glaciale

Cos'è l'Era Glaciale? In climatologia è un generale raffreddamento del pianeta ma nell'immaginario collettivo una sorta di apocalisse di morte per freddo. Il che è semplicemente ridicolo: perché se nella nostra bella Europa zampettavano i Mammuth e i ghiacciai la facevano da padroni, in alte zone del pianeta la vita cresceva e prosperava. Ciò che noi associamo per antonomasia al Deserto, il Sahara, porta ancora immagini rupestri della vita di una lussureggiate savana.

Quel che è successo nel Tartaro è questo: la felicità e il benessere non sono spariti per sempre, ma sono stati spinti lontano da forze primigenee e cicliche. Sono lontani da me, mentro io sono rimato bloccato nel ghiaccio, in una pianura gelata senza luce, senza speranza. Da solo, se non con la compagnia del vento, che mi urla in faccia le mie colpe, che mi umilia con la sua forza inesorabile, che mi separa dalle parole di conforto che le persone care mi mandano assordandomi con il suo fischio malefico.

Solo! Solo! Solo! Solo! Solo!

Questo mi urlano i Prigioni che mi camminano accanto irridendomi. Solo, ed è così che mi sento. Ho molte persone che mi vogliono bene, ma nel mio cuore sono solo. Perché non voglio che nessuno a cui tengo abbia a che fare con questo tipo di sofferenza. E' troppo, persino da descrivere. Ma soprattutto da sopportare per chi non lo viva. Non sarebbe giusto. Forse dovrei rivolgermi a uno specialista, uno strizzacervelli avrebbe secoli di lavoro davanti se mi aprisse il cranio. Ma non sono ancora pronto per quello.

E quindi mi isolo, per proteggere gli altri, perché i miei amici non scontino la mia pena. Che è solo mia. Solo. Per scelta, oltre che per il fato.


Golgota Inverso

Voragini e crepacci, sono tutto ciò che allieta la monotonia del Ghiaccio. E io mi sono avvicinato all'orlo dell'abisso, tentato dalla sua profondità e dalle verità celate al suo interno, ma comunque troppo spaventato per saltare.

E' curiso come alla fine siano stati dei miei amici (anzi, ex-amici) a buttarmici dentro. Non con cattiveria o proposito, ma semplicemente per incuria e leggerezza. Mi hanno spezzato il cuore e sono riusciti a trasformare un brutto periodo in un dei periodo peggiori della mia esistenza. Ma per quanto amaro sia, spezzare l'ultima cima permette alla nave di prendere il largo...il fatto che navighi in un lago di dolore e disperazione è solo un insignificante dettaglio.

E' grazioso il mio abisso. Non è una sottile crepa ma un bel cratere circolare. Una sorta di scodella in cui ho iniziato il processo di morte e rinascita della mia anima. E sì, perché ciclicamente bisogna cambiare pelle, mutare, avviare una metamorfosi. Quando finisco una fase della mia vita, devo trovare una nuova forma. Il fatto che per cambiare forma le mie ossa debbano essere fatte in briciole è solo un altro insignificante dettaglio implementativo, in gergo informatico la si definirebbe una technicality.

Così sono qua, nel mio Golgota personale, ad aspettare di morire e di rinascere. E qui la metafora si fa più originale, portando a una dissociazione dualistica della mia immagine personale.

Da un lato il Vecchio Corridore morente, non inchiodato a due tavole messe in croce ma impalato su decine di piccole stagmiti di ghiaccio. Un letto di agonia degno di un fachiro maldestro, su cui sono caduto precipitando dall'orlo del baratro.

Dall'altro lato un Nuovo Corridore, ancora viscido, molle e malfermo sulle gambe. E' troppo debole per stare in piedi e trema per il freddo a cui non è abituato, non ha la pelle dura del Vecchio. Il Nuovo Corridore si scalda con un piccolo fuoco di preziosi rametti, costituiti dalle parole gentili delle persone care e amiche, da pochi piccoli piaceri e dalla pura e semplice ostinazione. Ogni tanto si avvicina al Vecchio Corridore, gli stringe la mano, lo conforta con qualche parola e ne beve il sangue colato sulle stalagmiti. La forza vitale non va sprecata, l'eredità deve essere raccolta.

Il Vecchio Corridore soffre e sente la sua esistenza prossima alla fine ma continua a lottare. Si agita e peggiora la situazione, mentre le stalagmiti lo squarciano più a fondo. L'ironia del destino fa sì che a volte emergano altri strali di ghiaccio, pronti a mordere qualche angolo di carne temporaneamente scampato al macello. Ma poco importa, il dolore è un'abitudine ormai.

Qui sono e qui voglio stare, posto che comunque non saprei bene come fare ad andarmene. Non me ne andrò finché il Nuovo Corridore non sarà abbastanza forte.
La mia vera battaglia è riuscire ad amare me stesso almeno un po', senza dover dipendere dall'amore degli altri. L'odio che provo nei miei confronti è un osso duro, sarebbe il capo dei miei Prigioni se non ci fosse il Disprezzo a batterlo.
Per troppo tempo ho lasciato che fosse qualcun altro ad amare me, ma ora devo fare da solo: questa è la vera partita.

Vorrei solo sapere da dove cominciare.


Qui concludo questo post. Mi siedo e aspetto che mi venga un'idea. Nel frattempo, sono curioso di vedere se qualcuna delle mie teorie è valida. Chissà che qualcuno dei furbacchioni che sono rimasti là sopra non venga a farmi compagnia nell'Abisso. I demoni chiedono sempre pegno.

Vi ringrazio figli miei
per la vostra devozione
balleremo insieme
nella fredda e oscura notte.
Sono vostro, senza difese
ma voi siete miei
e io non mi arrendo.
(Il Canto dei Prigioni)

mercoledì 6 maggio 2009

12. La Trasfigurazione dell'Albero

Il tempo è passato.
Il vento è cambiato.
Ogni cosa intorno a me è... mutata, persino il colore delle ombre che, solitario, proietto sul terreno gelato.

Sono in un'altra terra, un'altra Regione del Tartaro. I racconti, i personaggi e i simboli lasciati alle spalle? Lontani, anche loro. Cos'è cambiato? Sono cambiato io. Come sempre, nel Tartaro. Ma è anche cambiata la mia vita nel mondo reale, con tutte le proiezioni del caso. Dall'interno all'esterno. Dall'esterno all'interno.

Il tempo è passato. L'inverno è arrivato.



La Trasfigurazione dell'Albero

Le membra della mia anima sono anchilosate nello scrivere. La mia folle corsa nel Tartaro mai è stata così frenetica, ma la musa della scrittura non mi ha ispirato, ultimamente. Anche lo stile è fiacco, piatto, poco incisivo. Intorpidite e formicolanti, le mie parole arrancano sulla pagina bianca, sorrette solo dalla determinazione del mio sguardo. Il Corridore ha corso così veloce e così lontanto che la Parola non è riuscita a seguirlo. O forse aveva solo bisogno di correre, senza pensare al significato stesso del moto.

Di cosa dovrei parlare? Di Libertà. Esaltazione. Follia. Fallimento.......e dolore, come sempre.
Com'è normale che sia. Com'è giusto che sia.

Cambiamento. Nel lunghissimo tempo trascorso dall'ultimo post, sono successe cose incredibili, inimmaginabili. Sento che la mia arroganza di narratore mi spingerebbe a raccontarle tutte, eppure la mia pigrizia, la mia pochezza o semplicemente la mia stanchezza non mi permettono di farlo. O forse solo la paura di annoiare il mio lettore? o me stesso?

In buona misura, parlarne ora è anche troppo presto.

In questo che forse è solo lo spunto isolato e vuoto di una serata tranquilla, voglio sperare di trovare nuova linfa per le sopraddette impigrite membra. Qualunque corsa, anche la più veloce, comincia con un singolo passo.

E dunque parlerò di quell'evento che tutto ha cambiato. Che ha segnato la fine di un'epoca della mia vita. La fine dell'Albero.

C'era una volta un Corridore sparuto e miserabile, che dopo aver corso sperduto un una landa tormentata, nel mezzo di una foresta pietrificata dal fuoco trovò una piccola radura verdeggiante. Al centro della radura, un giovane alberello: vivo, verde e meraviglioso.
Fu amore. E luce e calore scaturirono dall'incontro dei due. E acqua vivifica sgorgò ai loro piedi e irrorò quella Terra che oggi noi chiamiamo Tartaro. Il Corridore acquisì forza, coraggio e conoscenza. E al centro della radura, crebbe e si erse maestoso l'Albero. Dopo un'epoca di tormento e solitudine, cominciò l'Era della Pace. LUNGA VITA ALL'ALBERO!

L'Albero prosperò a lungo, pegno vivo nel mio cuore del legame fra me e la mia splendida e amatissima fidanzata, le cui magnifiche gesta ho già avuto modo di raccontare.

A lungo visse l'Albero, davvero. Ma non in eterno. Poiché un giorno, riuscii a squarciare le coltri della paura e della negazione e vedere la ruggine e il deperimento della vecchiaia. Un giorno vidi chiaramente che il mio adorato Albero stava morendo. E fu un giorno buio: un vento gelido e oscuro spazzò la terra, e sembrò che nel Tartaro tutte le foglie fossero diventate secche e morte.

Ne parlai con Colei che Nutrì l'Albero, vedemmo insieme la verità su di noi e la fine di quell'Epoca meravigliosa. Sciogliemmo i nostri voti e non fummo più una coppia.

Contrariamente alle aspettative, fu un giorno di gioia. Dopo mesi di pesante e lento trascinarsi di una relazione ormai finita, assaporammo la libertà e la leggerezza di poter camminare da soli, senza esserci perduti ma solo... lasciati.

Nei mesi a seguire ho avuto modo di soffrire, anche per la separazione. Quei pomeriggi d'estate passati nella fresca e profumata ombra dell'Albero mi sono mancati. Ho avuto modo di comprendere la felicità di tanti, innumerevoli piccoli momenti, così piccoli e abituali da risultare NORMALI. Ah, che innocente follia! un tesoro così grande, persino noto, eppure così poco apprezzato. Sapevamo che ce ne saremmo accorti un giorno, un "dopo". E così è stato.

Eppure, per me non c'è rimpianto. Ho scritto tanti post orribili, in cui ho parlato di cose tremende e dolorose. E altri post si aggirano nella mia mente. Ma questa volta, per UNA volta, voglio parlare di una cosa bella, anche se un po' triste.

La Radura è vuota, ormai, Al posto dell'Albero c'e' solo un Tumulo, una piccola collinetta di terra smossa. Qua e là, avvallamenti e buche. E questo è triste, dà un senso di vuoto che mi stringe la gola, che mi spezza la voce, perché perdere qualcosa di così prezioso è... dura. Ci si può assuefare alla felicità, così tanto che ci si rifiuta di vedere che ormai non si è più felici, ma solo invischiati in una routine vuota e squallida. Perdere lo status quo di "felicemente fidanzati" è molto dura. Ci si condiziona a essere felici, perché le persone felici sono felici. Perché le persone che si sentono felici sono persone al sicuro. Non devono guardare negli angoli bui della propria anima. A una persona felice, i demoni non chiedono pegno.

Stolti. I demoni si accumulano nell'oscurità. E aspettano.

Io però sono stato fortunato. Ho vissuto una storia d'amore che mi ha segnato profondamente. Per il meglio. Colei che Nutrì l'Albero mi ha reso una persona migliore, e anche se non la "amo" più (solo nel senso convenzionale del termine), una parte di lei sarà in me per sempre.

Questa ricchezza non mi ha abbandonato. E' mia. L'ho vissuta. E anche se non è più nel mio presente, so che è ESISTITA e che una parte persiste ancora in me.

La Radura è vuota. Ma anche se il dolore si sente, anche se ormai vago per sterminate pianure di ghiaccio infestate di demoni, io so che nel cielo del Tartaro c'è una nuova trama di stelle: la Costellazione dell'Albero.

Poiché l'Albero è sì morto, ma si è anche Trasfigurato.

Che gioia. Che vita. Ora il cielo è oscurato da nubi cupe e roventi ma so che da qualche parte la Costellazione dell'Albero brilla, non sono perduto del tutto. Sono un uomo molto ricco e fortunato, a dispetto di tutto quello che scrivo nei post.


Avanti. Oltre le montagne.

Ho lasciato la Radura alle mie spalle. La mia permanenza in questa regione del Tartaro è finita. Nuovi nemici, antichi demoni mi inseguono. E il gelo incalza. La nuova Epoca non è gioiosa come quella che l'ha preceduta. Ne parlerò penso, molta della mia carne è pronta a cuocere sul fuoco della proiezione.

Ma non stasera. In questa ormai rara sera stellata, contemplerò nel cielo il segno di un amore grande e meraviglioso. La Costellazione dell'Albero.

lunedì 9 febbraio 2009

11. La mortale caducità del Corridore

Si è spenta dunque.
O potremmo dire che ci ha lasciati.
O che finalmente è libera.
O per evitare perifrasi potremmo dire che è semplicemente morta.

Eluana era il suo nome. Mai il Corridore l'ha sfiorata, mai conosciuta, mai neppure vista. Lei era una di quelle figure che senza poesia si possono veramente difinire eteree in quanto portate dall'etere. Trasportate in ogni casa e nelle nostre vite da quel curioso generatore di impulsi luminosi che proietta su di noi mondi lontani e personaggi mitici, solitamente inventati.

Cosa può dire su di lei il Corridore? Ben poco, esattamente come tutte le persone che ne hanno dibattuto a sproposito in questi giorni. Il pensiero di quello che possono aver provato i genitori è abbacinante, un dolore così luminoso nella sua incandescenza da poter bruciare qualunque retina nel raggio di milioni si incubi. Perdere una parte di se stessi così, vedere una giovane e promettente vita stroncata in quel modo, come può essere diverso dal morire? Ma per quanto il cuore possa scoppiare, torcersi e dilaniarsi, in una condizione normale prima o poi il lutto ricopre tutto, come uno spesso strato di ceneri e lapilli, soffocando tutto in un abbraccio silenzioso.

Eppure, che succede se il lusso del lutto ci viene negato da un'assurda ossessione per vita? come ci si può rassegnare davvero quando la si vede respirare il corpo della persona che con tutto il cuore si è amato? Ebbene, è possibile.

Il Corridore è fermo e pensa. Contempla le sue membra e comprende... di essere fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. E anche se non riesce ad arrivare alla piena consapevolezza, pur comprende che la sua natura è mortale, come quella di ogni creatura vivente, che proietti o meno la sua immagine sul Mondo del Vallo e del Tartaro.

E io? ribaltando la solita prospettiva, io sono l'alter ego del Corridore, nel mondo reale. Io sono fatto di una materia concreta. All'apice della mia razionalità, posso dire che per me la vita è solo una condizione della materia, solo un armonioso (e talvolta ordinato) scambio di atomi ed energia. Questo sono io, questo è il mio corpo. Ma la mia mente? beh, alla fine è solo un flusso di pensieri, che solo io posso percepire. Con il mio corpo io posso mettere in comunicazione i miei pensieri e il mondo che mi circonda, in uno scambio reciproco che modella e rimodella in continuazione sia l'Universo sia la mia stessa mente.

Per me la mia fine sara' la fine dei miei pensieri e degli stimoli a me cari. Senza questi ultimi, non avrei piu' ragione di voler vivere: non posso immaginarmi paralizzato completamente, non sarei piu' io. E se non potessi piu' nemmeno pensare... beh, di me resterebbe solo quel meccanismo che chiamiamo corpo, un guscio vuoto e inutile, un mezzo di comunicazione collegato al nulla.

Come chiunque, io non conosco la Verità. Non credo nemmeno alla Verità, con la V maiuscola. Però a differenza di molti io non pretendo di imporre la mia OPINIONE a persone che soffrono in un modo che non posso neppure iniziare a immaginare. E che non voglio neppure immaginare, perché una simile sofferenza mi spaventa a tal punto che vorrei andare a nascondermi nel piu' buio e sporco angolino pur di non farmi trovare.

Pero' io dico questo, a chiunque mi ascolti. Qualora la sorte mi ponesse in quella funesta e tragica condizione di essere ridotto a un guscio vuoto, privo della mia coscenza per un lungo periodo e senza ragionevoli speranze: uccidetemi.

Mascherate la cosa come morte dolce o chiamatela col suo nome: Eutanasia. Non abbiate paura, non credete a coloro che dicono che è una parola immonda. Ve lo chiedo come atto di pietà. Vi imploro: uccidetemi.

Non perdete tempo, non importa se mi risveglierò: credete che dopo anni e anni di coma mi piacerebbe trovarmi invecchiato e derelitto? vedere voi cambiati e segnati da gioie e dolori che non ho condiviso? senza avere una controparte, una serie di episodi da raccontare a mia volta?
Pensate che mi farebbe piacere sapervi accanto a me, a perdere il vostro tempo accando a una macchina alimentata da altre macchine e senza piu' alcuna funzione? No, per favore.

Uccidetemi.

domenica 30 novembre 2008

10. Il Muro Assoluto

Non voglio scrivere questo post, mi fa male.

Maledetti demoni, lo sanno. Si divertono, ridono persino, i bastardi. Sono mesi che mi danno la caccia, che mi braccano...e riescono sempre a prendermi. Ogni volta fuggo, forse sono loro che mi fanno fuggire, ma non ha importanza: prima o poi ritorno sui miei passi, cosicché non sono loro a trovarmi. Mi butto direttamente nelle loro braccia.

Avete vinto, bastardi aguzzini, luridi parti della mia mente. Avete vinto, miei accusatori, miei giudici, miei testimoni.
E visto che voi siete parte di me, abbiamo vinto: abbiamo abbattuto il Vallo! Onore e gloria ai vincitori!
E visto che ero sempre io a difendere il Vallo... misero me e dannati i miei ceppi, condotto in catene dietro il carro delle vittoria.
Alla fine non c'é scampo da se stessi, e così... scrivo.


La Città Perduta

Rimpianto. Per l'effimera ed illusoria gioia passata, causa prima del mio sconforto.

Dolore. Per la forza delle mie passioni, per il peso dell'odio e del rancore, ma soprattuto per l'infinito senso di perdita.

Rabbia. Contro me stesso e chi mi ha fatto soffrire, colei che ha aperto il "Vaso di Pandora", come ho raccontato in uno dei primi post.

Violenza. Nella vita reale la violenza mi fa una paura incredibile, eppure c'è un angolo del mio Tartaro che ne è permeato.

E infine ancora Rimpianto. Nel pensare all'amore divenuto odio, alla dolcezza perduta, agli errori commessi, alla pena provata, al dolore inflitto.

Questo è un ciclo, non c'e' soluzione di continuità. O forse più che un ciclo è una spirale, visto che a ogni iterazione perde un po' del suo slancio. Eppure non smette di fare male, anche se ormai è un dolore sordo, un vento caldo e arido che spazza questo angolo desolato del mio Tartaro. Un insulso refolo di brezza mortale spazza la polvere e la cenere, ormai ormai uniche e ultime spoglie della gloriosa città che qui sorgeva. Nulla rimane del gigantismo verticale che avevo espresso in torri gloriose, alte centinaia di metri, sormontate da giardini pensili di una mentale Babilonia...

Perché mai ho costruito questa città?

La domanda è mal posta. Non "perché", ma "per chi", è già piu' corretto, ma non so dire se l'accezione giusta sia "a favore di chi" o "a causa di chi"... probabilmente entrambe.

Forse ancora più interessante è sapere con cosa fosse stata edificata la città. Ebbene, potrei usare una miriade di termini, tanti quanto puo' offrirne una lingua ricca e diversificata come l'italiano, tanti quanti la mia paura, la mia vergogna, il mio rimorso potrebbe scovarne nel mio vocabolario per nascondere una verità semplice e terrificante. Per esempio, potrei usare: amicizia, affetto, adorazione, tenerezza...

Tutto vero, per carità. Ma i miei demoni non si sono mai accontentati, mi hanno assalito, catturato, trascinato, immobilizzato e torturato, finché non mi hanno costretto a scagliare quell'unica freccia, quello strale di comprensione che per potenza e deflagrazione sembrava essere stato rubato all'Arciere.

E mi hanno costretto a tirarlo in una verticale perfetta e in totale assenza di vento, uno zenit di morte che non ha potuto non inchiodarmi al suolo.

"Amore" è la parola che cercavo e non ho avuto il coraggio di usare per tanto tempo. Ma nel momento in cui ho temuto di poter avere amato una persona diversa dalla mia splendida fidanzata, ho altresì capito che non era vero e che non era neanche possibile. "Amore" è una parola senza senso perché ha troppi significati, troppe sfumature: si può applicare a troppi casi. Ma nel contempo, se anche ho provato un sentimento sbagliato, inopportuno, improprio, non riesco a vergognarmene FINO IN FONDO. Mi vergogno, quello sì, del modo morboso, ossessivo, oppressivo in cui si è manifestato, mi vergogno di non aver nuociuto alla persona che ne era oggetto. Ma non provo rimorso nell'aver provato un'emozione di fondo così bella, positiva, calorosa, un dono che per me è sempre prezioso in un mondo così brutto, pieno di odio e di egoismo.

Se sono colpevole di aver amato, in una qualunque accezione... sono fiero del mio reato e non temo il giudizio. E per le male azioni che ho compiuto, ho chiesto scusa più è più volte e sarei stato pronto a CERCARE di porvi rimedio. Per quanto sia ingegnere fino al midollo, so bene che non tutti i problemi fra due persone hanno una soluzione. Ma penso che due persone che si vogliono bene debbano AFFRONTARE un problema che li divide, se non altro perché un legame d'affetto è prezioso.

E qui sta l'orgine dell'ira funesta che ha devastato la sopra menzionata e turrita città. Chi l'ha distrutta? Colei che ha eretto l'opera muraria che è oggetto di questo post? No. Sono stato IO a distruggere la città. Avvolto in una fiamma piu' calda del sole, il Corridore si è aggirato per le vie, per le corti, per i quartieri incendiando tutto, tutto, tutto. Ho liquefatto statue, ho fatto esplodere edifici, ho annientato ciò che amavo in un vomito di odio e adrenalina che ha fatto fuggire inorridita Colei.

In quella sera di quasi 9 mesi fa, Colei aprì il Vaso di Pandora descritto nel secondo post di questo blog. Ricordo che mi chiese se fossi impazzito. Ricordo che mi disse che non si dovrebbero dire cose di cui ci si pente. Sbagliato. Non mi sono mai pentito di quello che lo ho detto e anzi, mi dispiace non avergliene dette di più.
In quel momento d'ira assoluta non compresi la gravità di ciò che aveva fatto, una cosa tale da farmi reagire in modo davvero...inusuale per la mia persona. Mi ci volle molto per capire che in realta' mi aveva spezzato il cuore. E se molte volte, dopo quella sera, ho provato ostinatamente e dolorosamente a cercare di porre rimedio alla situazione, non ho mai ritrattato le mie parole originali. Semplicemente, l'ho imporata di convincermi di essermi sbagliato.

Purtroppo mi sono scontrato con l'unica difesa che lei potesse davvero oppormi. Conoscendo bene lei e le sue paure, nella furia avevo potuto i suoi punti deboli, lanciare i miei demoni nei punti sguarniti del suo Vallo. Se fossi riuscito ad avvicinarmi a lei, l'avrei fatta a pezzi, l'avrei spogliata della sua ridicola e fasulla armatura e l'avrei lasciata nuda nella cupa e gelida desolazione del suo cuore ghiacciato. Ma nel sezionarla, avrei sempre cercato la persona a cui avevo voluto così bene, perché scorprirla così vuota... mi infliggeva un dolore indicibile.

Eppure ha trovato il modo di opporsi a me: semplicemente, come i bambini, mi ha negato un confronto, innalzando un muro di rifiuto così alto e solido che non sono mai riuscito ad abbatterlo. La massima semplicità di un interdetto totale ha annullato le mie sofisticare e acuminate argomentazioni. E nel momento in cui non sono piu' riuscito ad avanzare, i miei demoni mi hanno raggiunto per farmi pagare un po' di conti con me stesso.

Così ho cominciato a soffrire. Tanto, tantissimo. Quasi come se lei mi avesse lasciato. E i miei demoni mi deridevano mentre mi incatenavano alla roccia, con frasi di scherno: "perché ti contorci dal dolore?", "in fondo era solo un'amica, no?", "non ti ha mai voluto bene!", "ti ha usato e poi ti ha buttato via!".

Come un novello Prometeo, sono stato fatto a pezzi dalle fiere giorno dopo giorno, in un tormento infinito. Ma a differenza dell'eroe, io non avevo rubato il fuoco per donarlo agli uomini e alleviare le loro pene. Lo avevo usato per distruggere, per portare sofferenza e per sfogare il mio rancore e la mia delusione.

Così è iniziato il mio calvario, il mio penoso incedere con un pesante fardello non verso un Golgota, ma nell'imperituro e vano vagabondare, seguendo il tracciato del Muro Assoluto.


Il Muro Assoluto

Nel mio Tartaro sono io che do forma alle cose, l'ho gia' spiegato. Il confine fra il mio Tarataro e quello di Colei è segnato da una nera muraglia di ossidiana, da un'orizzonte all'altro di questa landa desolata puntellata di macerie e crateri. Il calore è abbacinante: la testa si piega sotto il sole spietato. Il sudore arriva a mala pena al suolo prima di evaporare. Io l'ho percorso in lungo e in largo, per cercare un varco, per ottenere risposte che mi aiutassero a capire, a combattere i miei demoni.

Nulla.

Ho gridato, ho insultato, ho detto cose terribili, taglienti. Ho alzato muri di fuoco, ho evocato saette.

Nulla.

Ho chiesto. Ho strisciato. Ho usato parole dolci, gentili. Ho aperto il mio cuore, mi sono esposto come non mai.

Nulla.

Oh, qualche spiraglio si è aperto. Ma ciò che usciva aveva sempre un aspetto così minaccioso, così irritante e incomprensibile... che ogni volta cercavo di sfuttare il piccolo varco per far passare l'odio e le armi. In quello ho sbagliato, alla fine ci ho solo rimesso allontanando la fine del mio tormento.

Ho lottato. Ho combattuto con un'ostinazione che va bel oltre la speranza e che affonda piu' propriamente nella psicosi. In una sorta di ossessione tripolare ho alternato fasi tenere, tristi e irose. I miei occhi sono sempre rimasti asciutti nel mondo reale, ma nel Tartaro fiumi di lacrime hanno innondato il mio volto. Ho pianto col viso appoggiato al Muro. Mi sono lanciato di corsa contro il Muro stesso, sperando che l'essere pronto al sacrificio mi esentasse da esso, nell'ultimo glorioso momento. Mi sono rotto i denti, in questo modo. L'ossidiana è dura, senza ombra di dubbio. E nella nebbia rossa di sangue che seguiva questi miei stupidi tentativi, il fuoco della furia mi pervadeva, portandomi di nuovo alla fase violenta.

Col tempo e con lo straziante "aiuto" dei miei demoni, sono riuscito a fare alcune importanti ammissioni, a porre alcune domande giuste a cui alla fine ho avuto risposta. Alla lunga, il sollievo si è fatto strada, grazie a piccole risposte e tanta tanta rassegnazione.

Alla fine, ho deciso di credere alla verità che avevo dedotto, per quanto brutta e squallida sia. Per quanto io stesso non sappia quanto esserne convinto, ho deciso che sono stato preso in giro da una persona che non mi ha mai voluto bene davvero, che mi ha usato quando le ero utile, che non ha saputo perdonarmi un errore grave ma non mortale, che mi ha buttato via con disprezzo. E che non ha voluto dirmi certe cose guardandomi negli occhi.

Il bello è che non sono davvero SICURO che questo sia vero. Forse non voglio crederci fino in fondo, forse non voglio cullarmi in una versione dei fatti che mi vede troppo vittima e troppo poco colpevole. Però penso che se una persona viene accusata ingiustamente di qualcosa, non possa rimanere inerte...a meno di non curarsi mimimanente dell'opinione altrui. O di sapere di essere nel torto.


Il Frammento e i Moai Guardiani

Accettazione, rassegnazione, resa. Questo dipingono le mie parole. Eppure. Eppure non riesco a mettere la parola FINE a questo tormento. Ormai non è neanche piu' tale, è solo una piccola ossessione, una cosa non strana nè infrequente nella mia vita. Ma cosa mi spinge a non voltarmi indietro e non abbandonare per sempre questa regione del mio Tartaro?

La risposta è semplice e nel contempo incredibile: dall'altra parte del Muro c'e' una parte di me, un Frammento del mio cuore che Colei aveva in pegno e che è rimasto dall'altra parte quando il Muro è stato eretto. Il fatto che questo Frammento sia isolato da me forse non è un male: forse questa divisione mi impedirà di commettere di nuovo certi errori. Ne dubito...ma vado avanti ugualmente. Il punto è che in realtà io rivoglio quella parte di me, e l'unica persona che possa restituirmela è nel contempo l'unica che potrebbe abbattere il Muro. E non lo farà, non tanto presto almeno, perché sa che io la aspetto con uncini infuocati, con un odio che ormai si nutre piu' di se stesso che dell'offesa o persino del ricordo di essa.

Che fare dunque? Niente. Il bello di averle provate tutte è che alla fine non sai più cosa fare. L'iniziativa non spetta piu' a me.

Lungo il Muro sto costruendo un nuovo esercito, meno minaccioso e violento: una schiera di Moai Guardiani, coi loro volti di pietra rivolti verso il Muro in attesa di un minimo cambiamento.
E aspetterò. Quello posso farlo, in fondo non ho scelta. Aspetterò un segno o semplicemente il gelo dell'oblio, quando tutto questo non avrà piu' importanza. Quando cioè il sole tramonterà su questo angolo di Tartaro, il freddo del cuore di Colei che ha eretto il Muro Assoluto oltrepasserà l'ossidiana: quel giorno si congeleranno le lacrime (le mie lacrime!) sui visi dei Moai, spaccando i volti di pietra e ponendo un termine alla loro Guardia.


L'impagabile sensazione di non essere solo

Penso che quel giorno sia ancora abbastanza lontano. Per ora mi trascino a sedere su un masso frantumato, contemplando il Muro Assoluto. Ho smesso di assillare Colei, ormai la mia bramosia di risposte è placata. Sento ancora i morsi dei ferri di tortura che i miei demoni hanno premurosamente usato sulle mie carni, ma ormai sono convalescente. Non posso dirmi coraggioso, non ho avuto scelta. Però penso di uscire da questa esperienza decisamente arricchito: ho guardato dentro di me più a fondo di quanto non facessi da anni, ho capito molte cose e ho visto molti aspetti deteriori del mio essere.

Prima di concludere questo sfilacciato e tormentato post, devo assolutamente ringraziare le persone che piu' mi hanno aiutato in questo difficile periodo, che hanno acceso i falò di segnalazione che mi hanno permesso di non pedermi nel Tartaro, che mi hanno portato acqua, conforto, affetto.

Molti mi hanno aiutato, in diverse misure. L'Arciere è sempre stato al mio fianco, se non con tante parole con la sua saggezza, per fortuna non trasmessa sulla punta dei suoi strali. La Dama del Vallo Infranto, con il suo buon senso, la sua esperienza e le sue domande dirette al punto giusto: mai con cattiveria ma sempre con precisione. Una mia amica carissima, che non ha un'immagine nel Tartaro ma che mi ha sempre ascoltato con infinita pazienza e non mi ha mai lasciato solo. E infine alla mia splendida e amatissima fidanzata, che inspiegabilmente non mi ha cacciato dalla sua vita a pedate ma anzi ha saputo guardare oltre l'apparenza e mi ha confortato tantissimo.

Io sono circondato di persone meravigliose e di questo sono grato alla sorte come solo un povero mortale può essere.

Infine, personificando una cosa inanimata e immateriale che non è altro che una prioezione di me stesso, rivolgo un piccolo ringraziamento al mio blog. Devo ammettere piano piano sta diventando una cosa davvero...importante. Almeno per me.