Il tempo è passato.
Il vento è cambiato.
Ogni cosa intorno a me è... mutata, persino il colore delle ombre che, solitario, proietto sul terreno gelato.
Sono in un'altra terra, un'altra Regione del Tartaro. I racconti, i personaggi e i simboli lasciati alle spalle? Lontani, anche loro. Cos'è cambiato? Sono cambiato io. Come sempre, nel Tartaro. Ma è anche cambiata la mia vita nel mondo reale, con tutte le proiezioni del caso. Dall'interno all'esterno. Dall'esterno all'interno.
Il tempo è passato. L'inverno è arrivato.
La Trasfigurazione dell'Albero
Le membra della mia anima sono anchilosate nello scrivere. La mia folle corsa nel Tartaro mai è stata così frenetica, ma la musa della scrittura non mi ha ispirato, ultimamente. Anche lo stile è fiacco, piatto, poco incisivo. Intorpidite e formicolanti, le mie parole arrancano sulla pagina bianca, sorrette solo dalla determinazione del mio sguardo. Il Corridore ha corso così veloce e così lontanto che la Parola non è riuscita a seguirlo. O forse aveva solo bisogno di correre, senza pensare al significato stesso del moto.
Di cosa dovrei parlare? Di Libertà. Esaltazione. Follia. Fallimento.......e dolore, come sempre.
Com'è normale che sia. Com'è giusto che sia.
Cambiamento. Nel lunghissimo tempo trascorso dall'ultimo post, sono successe cose incredibili, inimmaginabili. Sento che la mia arroganza di narratore mi spingerebbe a raccontarle tutte, eppure la mia pigrizia, la mia pochezza o semplicemente la mia stanchezza non mi permettono di farlo. O forse solo la paura di annoiare il mio lettore? o me stesso?
In buona misura, parlarne ora è anche troppo presto.
In questo che forse è solo lo spunto isolato e vuoto di una serata tranquilla, voglio sperare di trovare nuova linfa per le sopraddette impigrite membra. Qualunque corsa, anche la più veloce, comincia con un singolo passo.
E dunque parlerò di quell'evento che tutto ha cambiato. Che ha segnato la fine di un'epoca della mia vita. La fine dell'Albero.
C'era una volta un Corridore sparuto e miserabile, che dopo aver corso sperduto un una landa tormentata, nel mezzo di una foresta pietrificata dal fuoco trovò una piccola radura verdeggiante. Al centro della radura, un giovane alberello: vivo, verde e meraviglioso.
Fu amore. E luce e calore scaturirono dall'incontro dei due. E acqua vivifica sgorgò ai loro piedi e irrorò quella Terra che oggi noi chiamiamo Tartaro. Il Corridore acquisì forza, coraggio e conoscenza. E al centro della radura, crebbe e si erse maestoso l'Albero. Dopo un'epoca di tormento e solitudine, cominciò l'Era della Pace. LUNGA VITA ALL'ALBERO!
L'Albero prosperò a lungo, pegno vivo nel mio cuore del legame fra me e la mia splendida e amatissima fidanzata, le cui magnifiche gesta ho già avuto modo di raccontare.
A lungo visse l'Albero, davvero. Ma non in eterno. Poiché un giorno, riuscii a squarciare le coltri della paura e della negazione e vedere la ruggine e il deperimento della vecchiaia. Un giorno vidi chiaramente che il mio adorato Albero stava morendo. E fu un giorno buio: un vento gelido e oscuro spazzò la terra, e sembrò che nel Tartaro tutte le foglie fossero diventate secche e morte.
Ne parlai con Colei che Nutrì l'Albero, vedemmo insieme la verità su di noi e la fine di quell'Epoca meravigliosa. Sciogliemmo i nostri voti e non fummo più una coppia.
Contrariamente alle aspettative, fu un giorno di gioia. Dopo mesi di pesante e lento trascinarsi di una relazione ormai finita, assaporammo la libertà e la leggerezza di poter camminare da soli, senza esserci perduti ma solo... lasciati.
Nei mesi a seguire ho avuto modo di soffrire, anche per la separazione. Quei pomeriggi d'estate passati nella fresca e profumata ombra dell'Albero mi sono mancati. Ho avuto modo di comprendere la felicità di tanti, innumerevoli piccoli momenti, così piccoli e abituali da risultare NORMALI. Ah, che innocente follia! un tesoro così grande, persino noto, eppure così poco apprezzato. Sapevamo che ce ne saremmo accorti un giorno, un "dopo". E così è stato.
Eppure, per me non c'è rimpianto. Ho scritto tanti post orribili, in cui ho parlato di cose tremende e dolorose. E altri post si aggirano nella mia mente. Ma questa volta, per UNA volta, voglio parlare di una cosa bella, anche se un po' triste.
La Radura è vuota, ormai, Al posto dell'Albero c'e' solo un Tumulo, una piccola collinetta di terra smossa. Qua e là, avvallamenti e buche. E questo è triste, dà un senso di vuoto che mi stringe la gola, che mi spezza la voce, perché perdere qualcosa di così prezioso è... dura. Ci si può assuefare alla felicità, così tanto che ci si rifiuta di vedere che ormai non si è più felici, ma solo invischiati in una routine vuota e squallida. Perdere lo status quo di "felicemente fidanzati" è molto dura. Ci si condiziona a essere felici, perché le persone felici sono felici. Perché le persone che si sentono felici sono persone al sicuro. Non devono guardare negli angoli bui della propria anima. A una persona felice, i demoni non chiedono pegno.
Stolti. I demoni si accumulano nell'oscurità. E aspettano.
Io però sono stato fortunato. Ho vissuto una storia d'amore che mi ha segnato profondamente. Per il meglio. Colei che Nutrì l'Albero mi ha reso una persona migliore, e anche se non la "amo" più (solo nel senso convenzionale del termine), una parte di lei sarà in me per sempre.
Questa ricchezza non mi ha abbandonato. E' mia. L'ho vissuta. E anche se non è più nel mio presente, so che è ESISTITA e che una parte persiste ancora in me.
La Radura è vuota. Ma anche se il dolore si sente, anche se ormai vago per sterminate pianure di ghiaccio infestate di demoni, io so che nel cielo del Tartaro c'è una nuova trama di stelle: la Costellazione dell'Albero.
Poiché l'Albero è sì morto, ma si è anche Trasfigurato.
Che gioia. Che vita. Ora il cielo è oscurato da nubi cupe e roventi ma so che da qualche parte la Costellazione dell'Albero brilla, non sono perduto del tutto. Sono un uomo molto ricco e fortunato, a dispetto di tutto quello che scrivo nei post.
Avanti. Oltre le montagne.
Ho lasciato la Radura alle mie spalle. La mia permanenza in questa regione del Tartaro è finita. Nuovi nemici, antichi demoni mi inseguono. E il gelo incalza. La nuova Epoca non è gioiosa come quella che l'ha preceduta. Ne parlerò penso, molta della mia carne è pronta a cuocere sul fuoco della proiezione.
Ma non stasera. In questa ormai rara sera stellata, contemplerò nel cielo il segno di un amore grande e meraviglioso. La Costellazione dell'Albero.
mercoledì 6 maggio 2009
lunedì 9 febbraio 2009
11. La mortale caducità del Corridore
Si è spenta dunque.
O potremmo dire che ci ha lasciati.
O che finalmente è libera.
O per evitare perifrasi potremmo dire che è semplicemente morta.
Eluana era il suo nome. Mai il Corridore l'ha sfiorata, mai conosciuta, mai neppure vista. Lei era una di quelle figure che senza poesia si possono veramente difinire eteree in quanto portate dall'etere. Trasportate in ogni casa e nelle nostre vite da quel curioso generatore di impulsi luminosi che proietta su di noi mondi lontani e personaggi mitici, solitamente inventati.
Cosa può dire su di lei il Corridore? Ben poco, esattamente come tutte le persone che ne hanno dibattuto a sproposito in questi giorni. Il pensiero di quello che possono aver provato i genitori è abbacinante, un dolore così luminoso nella sua incandescenza da poter bruciare qualunque retina nel raggio di milioni si incubi. Perdere una parte di se stessi così, vedere una giovane e promettente vita stroncata in quel modo, come può essere diverso dal morire? Ma per quanto il cuore possa scoppiare, torcersi e dilaniarsi, in una condizione normale prima o poi il lutto ricopre tutto, come uno spesso strato di ceneri e lapilli, soffocando tutto in un abbraccio silenzioso.
Eppure, che succede se il lusso del lutto ci viene negato da un'assurda ossessione per vita? come ci si può rassegnare davvero quando la si vede respirare il corpo della persona che con tutto il cuore si è amato? Ebbene, è possibile.
Il Corridore è fermo e pensa. Contempla le sue membra e comprende... di essere fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. E anche se non riesce ad arrivare alla piena consapevolezza, pur comprende che la sua natura è mortale, come quella di ogni creatura vivente, che proietti o meno la sua immagine sul Mondo del Vallo e del Tartaro.
E io? ribaltando la solita prospettiva, io sono l'alter ego del Corridore, nel mondo reale. Io sono fatto di una materia concreta. All'apice della mia razionalità, posso dire che per me la vita è solo una condizione della materia, solo un armonioso (e talvolta ordinato) scambio di atomi ed energia. Questo sono io, questo è il mio corpo. Ma la mia mente? beh, alla fine è solo un flusso di pensieri, che solo io posso percepire. Con il mio corpo io posso mettere in comunicazione i miei pensieri e il mondo che mi circonda, in uno scambio reciproco che modella e rimodella in continuazione sia l'Universo sia la mia stessa mente.
Per me la mia fine sara' la fine dei miei pensieri e degli stimoli a me cari. Senza questi ultimi, non avrei piu' ragione di voler vivere: non posso immaginarmi paralizzato completamente, non sarei piu' io. E se non potessi piu' nemmeno pensare... beh, di me resterebbe solo quel meccanismo che chiamiamo corpo, un guscio vuoto e inutile, un mezzo di comunicazione collegato al nulla.
Come chiunque, io non conosco la Verità. Non credo nemmeno alla Verità, con la V maiuscola. Però a differenza di molti io non pretendo di imporre la mia OPINIONE a persone che soffrono in un modo che non posso neppure iniziare a immaginare. E che non voglio neppure immaginare, perché una simile sofferenza mi spaventa a tal punto che vorrei andare a nascondermi nel piu' buio e sporco angolino pur di non farmi trovare.
Pero' io dico questo, a chiunque mi ascolti. Qualora la sorte mi ponesse in quella funesta e tragica condizione di essere ridotto a un guscio vuoto, privo della mia coscenza per un lungo periodo e senza ragionevoli speranze: uccidetemi.
Mascherate la cosa come morte dolce o chiamatela col suo nome: Eutanasia. Non abbiate paura, non credete a coloro che dicono che è una parola immonda. Ve lo chiedo come atto di pietà. Vi imploro: uccidetemi.
Non perdete tempo, non importa se mi risveglierò: credete che dopo anni e anni di coma mi piacerebbe trovarmi invecchiato e derelitto? vedere voi cambiati e segnati da gioie e dolori che non ho condiviso? senza avere una controparte, una serie di episodi da raccontare a mia volta?
Pensate che mi farebbe piacere sapervi accanto a me, a perdere il vostro tempo accando a una macchina alimentata da altre macchine e senza piu' alcuna funzione? No, per favore.
Uccidetemi.
O potremmo dire che ci ha lasciati.
O che finalmente è libera.
O per evitare perifrasi potremmo dire che è semplicemente morta.
Eluana era il suo nome. Mai il Corridore l'ha sfiorata, mai conosciuta, mai neppure vista. Lei era una di quelle figure che senza poesia si possono veramente difinire eteree in quanto portate dall'etere. Trasportate in ogni casa e nelle nostre vite da quel curioso generatore di impulsi luminosi che proietta su di noi mondi lontani e personaggi mitici, solitamente inventati.
Cosa può dire su di lei il Corridore? Ben poco, esattamente come tutte le persone che ne hanno dibattuto a sproposito in questi giorni. Il pensiero di quello che possono aver provato i genitori è abbacinante, un dolore così luminoso nella sua incandescenza da poter bruciare qualunque retina nel raggio di milioni si incubi. Perdere una parte di se stessi così, vedere una giovane e promettente vita stroncata in quel modo, come può essere diverso dal morire? Ma per quanto il cuore possa scoppiare, torcersi e dilaniarsi, in una condizione normale prima o poi il lutto ricopre tutto, come uno spesso strato di ceneri e lapilli, soffocando tutto in un abbraccio silenzioso.
Eppure, che succede se il lusso del lutto ci viene negato da un'assurda ossessione per vita? come ci si può rassegnare davvero quando la si vede respirare il corpo della persona che con tutto il cuore si è amato? Ebbene, è possibile.
Il Corridore è fermo e pensa. Contempla le sue membra e comprende... di essere fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. E anche se non riesce ad arrivare alla piena consapevolezza, pur comprende che la sua natura è mortale, come quella di ogni creatura vivente, che proietti o meno la sua immagine sul Mondo del Vallo e del Tartaro.
E io? ribaltando la solita prospettiva, io sono l'alter ego del Corridore, nel mondo reale. Io sono fatto di una materia concreta. All'apice della mia razionalità, posso dire che per me la vita è solo una condizione della materia, solo un armonioso (e talvolta ordinato) scambio di atomi ed energia. Questo sono io, questo è il mio corpo. Ma la mia mente? beh, alla fine è solo un flusso di pensieri, che solo io posso percepire. Con il mio corpo io posso mettere in comunicazione i miei pensieri e il mondo che mi circonda, in uno scambio reciproco che modella e rimodella in continuazione sia l'Universo sia la mia stessa mente.
Per me la mia fine sara' la fine dei miei pensieri e degli stimoli a me cari. Senza questi ultimi, non avrei piu' ragione di voler vivere: non posso immaginarmi paralizzato completamente, non sarei piu' io. E se non potessi piu' nemmeno pensare... beh, di me resterebbe solo quel meccanismo che chiamiamo corpo, un guscio vuoto e inutile, un mezzo di comunicazione collegato al nulla.
Come chiunque, io non conosco la Verità. Non credo nemmeno alla Verità, con la V maiuscola. Però a differenza di molti io non pretendo di imporre la mia OPINIONE a persone che soffrono in un modo che non posso neppure iniziare a immaginare. E che non voglio neppure immaginare, perché una simile sofferenza mi spaventa a tal punto che vorrei andare a nascondermi nel piu' buio e sporco angolino pur di non farmi trovare.
Pero' io dico questo, a chiunque mi ascolti. Qualora la sorte mi ponesse in quella funesta e tragica condizione di essere ridotto a un guscio vuoto, privo della mia coscenza per un lungo periodo e senza ragionevoli speranze: uccidetemi.
Mascherate la cosa come morte dolce o chiamatela col suo nome: Eutanasia. Non abbiate paura, non credete a coloro che dicono che è una parola immonda. Ve lo chiedo come atto di pietà. Vi imploro: uccidetemi.
Non perdete tempo, non importa se mi risveglierò: credete che dopo anni e anni di coma mi piacerebbe trovarmi invecchiato e derelitto? vedere voi cambiati e segnati da gioie e dolori che non ho condiviso? senza avere una controparte, una serie di episodi da raccontare a mia volta?
Pensate che mi farebbe piacere sapervi accanto a me, a perdere il vostro tempo accando a una macchina alimentata da altre macchine e senza piu' alcuna funzione? No, per favore.
Uccidetemi.
domenica 30 novembre 2008
10. Il Muro Assoluto
Non voglio scrivere questo post, mi fa male.
Maledetti demoni, lo sanno. Si divertono, ridono persino, i bastardi. Sono mesi che mi danno la caccia, che mi braccano...e riescono sempre a prendermi. Ogni volta fuggo, forse sono loro che mi fanno fuggire, ma non ha importanza: prima o poi ritorno sui miei passi, cosicché non sono loro a trovarmi. Mi butto direttamente nelle loro braccia.
Avete vinto, bastardi aguzzini, luridi parti della mia mente. Avete vinto, miei accusatori, miei giudici, miei testimoni.
E visto che voi siete parte di me, abbiamo vinto: abbiamo abbattuto il Vallo! Onore e gloria ai vincitori!
E visto che ero sempre io a difendere il Vallo... misero me e dannati i miei ceppi, condotto in catene dietro il carro delle vittoria.
Alla fine non c'é scampo da se stessi, e così... scrivo.
Rimpianto. Per l'effimera ed illusoria gioia passata, causa prima del mio sconforto.
Dolore. Per la forza delle mie passioni, per il peso dell'odio e del rancore, ma soprattuto per l'infinito senso di perdita.
Rabbia. Contro me stesso e chi mi ha fatto soffrire, colei che ha aperto il "Vaso di Pandora", come ho raccontato in uno dei primi post.
Violenza. Nella vita reale la violenza mi fa una paura incredibile, eppure c'è un angolo del mio Tartaro che ne è permeato.
E infine ancora Rimpianto. Nel pensare all'amore divenuto odio, alla dolcezza perduta, agli errori commessi, alla pena provata, al dolore inflitto.
Questo è un ciclo, non c'e' soluzione di continuità. O forse più che un ciclo è una spirale, visto che a ogni iterazione perde un po' del suo slancio. Eppure non smette di fare male, anche se ormai è un dolore sordo, un vento caldo e arido che spazza questo angolo desolato del mio Tartaro. Un insulso refolo di brezza mortale spazza la polvere e la cenere, ormai ormai uniche e ultime spoglie della gloriosa città che qui sorgeva. Nulla rimane del gigantismo verticale che avevo espresso in torri gloriose, alte centinaia di metri, sormontate da giardini pensili di una mentale Babilonia...
Perché mai ho costruito questa città?
La domanda è mal posta. Non "perché", ma "per chi", è già piu' corretto, ma non so dire se l'accezione giusta sia "a favore di chi" o "a causa di chi"... probabilmente entrambe.
Forse ancora più interessante è sapere con cosa fosse stata edificata la città. Ebbene, potrei usare una miriade di termini, tanti quanto puo' offrirne una lingua ricca e diversificata come l'italiano, tanti quanti la mia paura, la mia vergogna, il mio rimorso potrebbe scovarne nel mio vocabolario per nascondere una verità semplice e terrificante. Per esempio, potrei usare: amicizia, affetto, adorazione, tenerezza...
Tutto vero, per carità. Ma i miei demoni non si sono mai accontentati, mi hanno assalito, catturato, trascinato, immobilizzato e torturato, finché non mi hanno costretto a scagliare quell'unica freccia, quello strale di comprensione che per potenza e deflagrazione sembrava essere stato rubato all'Arciere.
E mi hanno costretto a tirarlo in una verticale perfetta e in totale assenza di vento, uno zenit di morte che non ha potuto non inchiodarmi al suolo.
"Amore" è la parola che cercavo e non ho avuto il coraggio di usare per tanto tempo. Ma nel momento in cui ho temuto di poter avere amato una persona diversa dalla mia splendida fidanzata, ho altresì capito che non era vero e che non era neanche possibile. "Amore" è una parola senza senso perché ha troppi significati, troppe sfumature: si può applicare a troppi casi. Ma nel contempo, se anche ho provato un sentimento sbagliato, inopportuno, improprio, non riesco a vergognarmene FINO IN FONDO. Mi vergogno, quello sì, del modo morboso, ossessivo, oppressivo in cui si è manifestato, mi vergogno di non aver nuociuto alla persona che ne era oggetto. Ma non provo rimorso nell'aver provato un'emozione di fondo così bella, positiva, calorosa, un dono che per me è sempre prezioso in un mondo così brutto, pieno di odio e di egoismo.
Se sono colpevole di aver amato, in una qualunque accezione... sono fiero del mio reato e non temo il giudizio. E per le male azioni che ho compiuto, ho chiesto scusa più è più volte e sarei stato pronto a CERCARE di porvi rimedio. Per quanto sia ingegnere fino al midollo, so bene che non tutti i problemi fra due persone hanno una soluzione. Ma penso che due persone che si vogliono bene debbano AFFRONTARE un problema che li divide, se non altro perché un legame d'affetto è prezioso.
E qui sta l'orgine dell'ira funesta che ha devastato la sopra menzionata e turrita città. Chi l'ha distrutta? Colei che ha eretto l'opera muraria che è oggetto di questo post? No. Sono stato IO a distruggere la città. Avvolto in una fiamma piu' calda del sole, il Corridore si è aggirato per le vie, per le corti, per i quartieri incendiando tutto, tutto, tutto. Ho liquefatto statue, ho fatto esplodere edifici, ho annientato ciò che amavo in un vomito di odio e adrenalina che ha fatto fuggire inorridita Colei.
In quella sera di quasi 9 mesi fa, Colei aprì il Vaso di Pandora descritto nel secondo post di questo blog. Ricordo che mi chiese se fossi impazzito. Ricordo che mi disse che non si dovrebbero dire cose di cui ci si pente. Sbagliato. Non mi sono mai pentito di quello che lo ho detto e anzi, mi dispiace non avergliene dette di più.
In quel momento d'ira assoluta non compresi la gravità di ciò che aveva fatto, una cosa tale da farmi reagire in modo davvero...inusuale per la mia persona. Mi ci volle molto per capire che in realta' mi aveva spezzato il cuore. E se molte volte, dopo quella sera, ho provato ostinatamente e dolorosamente a cercare di porre rimedio alla situazione, non ho mai ritrattato le mie parole originali. Semplicemente, l'ho imporata di convincermi di essermi sbagliato.
Purtroppo mi sono scontrato con l'unica difesa che lei potesse davvero oppormi. Conoscendo bene lei e le sue paure, nella furia avevo potuto i suoi punti deboli, lanciare i miei demoni nei punti sguarniti del suo Vallo. Se fossi riuscito ad avvicinarmi a lei, l'avrei fatta a pezzi, l'avrei spogliata della sua ridicola e fasulla armatura e l'avrei lasciata nuda nella cupa e gelida desolazione del suo cuore ghiacciato. Ma nel sezionarla, avrei sempre cercato la persona a cui avevo voluto così bene, perché scorprirla così vuota... mi infliggeva un dolore indicibile.
Eppure ha trovato il modo di opporsi a me: semplicemente, come i bambini, mi ha negato un confronto, innalzando un muro di rifiuto così alto e solido che non sono mai riuscito ad abbatterlo. La massima semplicità di un interdetto totale ha annullato le mie sofisticare e acuminate argomentazioni. E nel momento in cui non sono piu' riuscito ad avanzare, i miei demoni mi hanno raggiunto per farmi pagare un po' di conti con me stesso.
Così ho cominciato a soffrire. Tanto, tantissimo. Quasi come se lei mi avesse lasciato. E i miei demoni mi deridevano mentre mi incatenavano alla roccia, con frasi di scherno: "perché ti contorci dal dolore?", "in fondo era solo un'amica, no?", "non ti ha mai voluto bene!", "ti ha usato e poi ti ha buttato via!".
Come un novello Prometeo, sono stato fatto a pezzi dalle fiere giorno dopo giorno, in un tormento infinito. Ma a differenza dell'eroe, io non avevo rubato il fuoco per donarlo agli uomini e alleviare le loro pene. Lo avevo usato per distruggere, per portare sofferenza e per sfogare il mio rancore e la mia delusione.
Così è iniziato il mio calvario, il mio penoso incedere con un pesante fardello non verso un Golgota, ma nell'imperituro e vano vagabondare, seguendo il tracciato del Muro Assoluto.
Nel mio Tartaro sono io che do forma alle cose, l'ho gia' spiegato. Il confine fra il mio Tarataro e quello di Colei è segnato da una nera muraglia di ossidiana, da un'orizzonte all'altro di questa landa desolata puntellata di macerie e crateri. Il calore è abbacinante: la testa si piega sotto il sole spietato. Il sudore arriva a mala pena al suolo prima di evaporare. Io l'ho percorso in lungo e in largo, per cercare un varco, per ottenere risposte che mi aiutassero a capire, a combattere i miei demoni.
Nulla.
Ho gridato, ho insultato, ho detto cose terribili, taglienti. Ho alzato muri di fuoco, ho evocato saette.
Nulla.
Ho chiesto. Ho strisciato. Ho usato parole dolci, gentili. Ho aperto il mio cuore, mi sono esposto come non mai.
Nulla.
Oh, qualche spiraglio si è aperto. Ma ciò che usciva aveva sempre un aspetto così minaccioso, così irritante e incomprensibile... che ogni volta cercavo di sfuttare il piccolo varco per far passare l'odio e le armi. In quello ho sbagliato, alla fine ci ho solo rimesso allontanando la fine del mio tormento.
Ho lottato. Ho combattuto con un'ostinazione che va bel oltre la speranza e che affonda piu' propriamente nella psicosi. In una sorta di ossessione tripolare ho alternato fasi tenere, tristi e irose. I miei occhi sono sempre rimasti asciutti nel mondo reale, ma nel Tartaro fiumi di lacrime hanno innondato il mio volto. Ho pianto col viso appoggiato al Muro. Mi sono lanciato di corsa contro il Muro stesso, sperando che l'essere pronto al sacrificio mi esentasse da esso, nell'ultimo glorioso momento. Mi sono rotto i denti, in questo modo. L'ossidiana è dura, senza ombra di dubbio. E nella nebbia rossa di sangue che seguiva questi miei stupidi tentativi, il fuoco della furia mi pervadeva, portandomi di nuovo alla fase violenta.
Col tempo e con lo straziante "aiuto" dei miei demoni, sono riuscito a fare alcune importanti ammissioni, a porre alcune domande giuste a cui alla fine ho avuto risposta. Alla lunga, il sollievo si è fatto strada, grazie a piccole risposte e tanta tanta rassegnazione.
Alla fine, ho deciso di credere alla verità che avevo dedotto, per quanto brutta e squallida sia. Per quanto io stesso non sappia quanto esserne convinto, ho deciso che sono stato preso in giro da una persona che non mi ha mai voluto bene davvero, che mi ha usato quando le ero utile, che non ha saputo perdonarmi un errore grave ma non mortale, che mi ha buttato via con disprezzo. E che non ha voluto dirmi certe cose guardandomi negli occhi.
Il bello è che non sono davvero SICURO che questo sia vero. Forse non voglio crederci fino in fondo, forse non voglio cullarmi in una versione dei fatti che mi vede troppo vittima e troppo poco colpevole. Però penso che se una persona viene accusata ingiustamente di qualcosa, non possa rimanere inerte...a meno di non curarsi mimimanente dell'opinione altrui. O di sapere di essere nel torto.
Accettazione, rassegnazione, resa. Questo dipingono le mie parole. Eppure. Eppure non riesco a mettere la parola FINE a questo tormento. Ormai non è neanche piu' tale, è solo una piccola ossessione, una cosa non strana nè infrequente nella mia vita. Ma cosa mi spinge a non voltarmi indietro e non abbandonare per sempre questa regione del mio Tartaro?
La risposta è semplice e nel contempo incredibile: dall'altra parte del Muro c'e' una parte di me, un Frammento del mio cuore che Colei aveva in pegno e che è rimasto dall'altra parte quando il Muro è stato eretto. Il fatto che questo Frammento sia isolato da me forse non è un male: forse questa divisione mi impedirà di commettere di nuovo certi errori. Ne dubito...ma vado avanti ugualmente. Il punto è che in realtà io rivoglio quella parte di me, e l'unica persona che possa restituirmela è nel contempo l'unica che potrebbe abbattere il Muro. E non lo farà, non tanto presto almeno, perché sa che io la aspetto con uncini infuocati, con un odio che ormai si nutre piu' di se stesso che dell'offesa o persino del ricordo di essa.
Che fare dunque? Niente. Il bello di averle provate tutte è che alla fine non sai più cosa fare. L'iniziativa non spetta piu' a me.
Lungo il Muro sto costruendo un nuovo esercito, meno minaccioso e violento: una schiera di Moai Guardiani, coi loro volti di pietra rivolti verso il Muro in attesa di un minimo cambiamento.
E aspetterò. Quello posso farlo, in fondo non ho scelta. Aspetterò un segno o semplicemente il gelo dell'oblio, quando tutto questo non avrà piu' importanza. Quando cioè il sole tramonterà su questo angolo di Tartaro, il freddo del cuore di Colei che ha eretto il Muro Assoluto oltrepasserà l'ossidiana: quel giorno si congeleranno le lacrime (le mie lacrime!) sui visi dei Moai, spaccando i volti di pietra e ponendo un termine alla loro Guardia.
Penso che quel giorno sia ancora abbastanza lontano. Per ora mi trascino a sedere su un masso frantumato, contemplando il Muro Assoluto. Ho smesso di assillare Colei, ormai la mia bramosia di risposte è placata. Sento ancora i morsi dei ferri di tortura che i miei demoni hanno premurosamente usato sulle mie carni, ma ormai sono convalescente. Non posso dirmi coraggioso, non ho avuto scelta. Però penso di uscire da questa esperienza decisamente arricchito: ho guardato dentro di me più a fondo di quanto non facessi da anni, ho capito molte cose e ho visto molti aspetti deteriori del mio essere.
Prima di concludere questo sfilacciato e tormentato post, devo assolutamente ringraziare le persone che piu' mi hanno aiutato in questo difficile periodo, che hanno acceso i falò di segnalazione che mi hanno permesso di non pedermi nel Tartaro, che mi hanno portato acqua, conforto, affetto.
Molti mi hanno aiutato, in diverse misure. L'Arciere è sempre stato al mio fianco, se non con tante parole con la sua saggezza, per fortuna non trasmessa sulla punta dei suoi strali. La Dama del Vallo Infranto, con il suo buon senso, la sua esperienza e le sue domande dirette al punto giusto: mai con cattiveria ma sempre con precisione. Una mia amica carissima, che non ha un'immagine nel Tartaro ma che mi ha sempre ascoltato con infinita pazienza e non mi ha mai lasciato solo. E infine alla mia splendida e amatissima fidanzata, che inspiegabilmente non mi ha cacciato dalla sua vita a pedate ma anzi ha saputo guardare oltre l'apparenza e mi ha confortato tantissimo.
Io sono circondato di persone meravigliose e di questo sono grato alla sorte come solo un povero mortale può essere.
Infine, personificando una cosa inanimata e immateriale che non è altro che una prioezione di me stesso, rivolgo un piccolo ringraziamento al mio blog. Devo ammettere piano piano sta diventando una cosa davvero...importante. Almeno per me.
Maledetti demoni, lo sanno. Si divertono, ridono persino, i bastardi. Sono mesi che mi danno la caccia, che mi braccano...e riescono sempre a prendermi. Ogni volta fuggo, forse sono loro che mi fanno fuggire, ma non ha importanza: prima o poi ritorno sui miei passi, cosicché non sono loro a trovarmi. Mi butto direttamente nelle loro braccia.
Avete vinto, bastardi aguzzini, luridi parti della mia mente. Avete vinto, miei accusatori, miei giudici, miei testimoni.
E visto che voi siete parte di me, abbiamo vinto: abbiamo abbattuto il Vallo! Onore e gloria ai vincitori!
E visto che ero sempre io a difendere il Vallo... misero me e dannati i miei ceppi, condotto in catene dietro il carro delle vittoria.
Alla fine non c'é scampo da se stessi, e così... scrivo.
La Città Perduta
Rimpianto. Per l'effimera ed illusoria gioia passata, causa prima del mio sconforto.
Dolore. Per la forza delle mie passioni, per il peso dell'odio e del rancore, ma soprattuto per l'infinito senso di perdita.
Rabbia. Contro me stesso e chi mi ha fatto soffrire, colei che ha aperto il "Vaso di Pandora", come ho raccontato in uno dei primi post.
Violenza. Nella vita reale la violenza mi fa una paura incredibile, eppure c'è un angolo del mio Tartaro che ne è permeato.
E infine ancora Rimpianto. Nel pensare all'amore divenuto odio, alla dolcezza perduta, agli errori commessi, alla pena provata, al dolore inflitto.
Questo è un ciclo, non c'e' soluzione di continuità. O forse più che un ciclo è una spirale, visto che a ogni iterazione perde un po' del suo slancio. Eppure non smette di fare male, anche se ormai è un dolore sordo, un vento caldo e arido che spazza questo angolo desolato del mio Tartaro. Un insulso refolo di brezza mortale spazza la polvere e la cenere, ormai ormai uniche e ultime spoglie della gloriosa città che qui sorgeva. Nulla rimane del gigantismo verticale che avevo espresso in torri gloriose, alte centinaia di metri, sormontate da giardini pensili di una mentale Babilonia...
Perché mai ho costruito questa città?
La domanda è mal posta. Non "perché", ma "per chi", è già piu' corretto, ma non so dire se l'accezione giusta sia "a favore di chi" o "a causa di chi"... probabilmente entrambe.
Forse ancora più interessante è sapere con cosa fosse stata edificata la città. Ebbene, potrei usare una miriade di termini, tanti quanto puo' offrirne una lingua ricca e diversificata come l'italiano, tanti quanti la mia paura, la mia vergogna, il mio rimorso potrebbe scovarne nel mio vocabolario per nascondere una verità semplice e terrificante. Per esempio, potrei usare: amicizia, affetto, adorazione, tenerezza...
Tutto vero, per carità. Ma i miei demoni non si sono mai accontentati, mi hanno assalito, catturato, trascinato, immobilizzato e torturato, finché non mi hanno costretto a scagliare quell'unica freccia, quello strale di comprensione che per potenza e deflagrazione sembrava essere stato rubato all'Arciere.
E mi hanno costretto a tirarlo in una verticale perfetta e in totale assenza di vento, uno zenit di morte che non ha potuto non inchiodarmi al suolo.
"Amore" è la parola che cercavo e non ho avuto il coraggio di usare per tanto tempo. Ma nel momento in cui ho temuto di poter avere amato una persona diversa dalla mia splendida fidanzata, ho altresì capito che non era vero e che non era neanche possibile. "Amore" è una parola senza senso perché ha troppi significati, troppe sfumature: si può applicare a troppi casi. Ma nel contempo, se anche ho provato un sentimento sbagliato, inopportuno, improprio, non riesco a vergognarmene FINO IN FONDO. Mi vergogno, quello sì, del modo morboso, ossessivo, oppressivo in cui si è manifestato, mi vergogno di non aver nuociuto alla persona che ne era oggetto. Ma non provo rimorso nell'aver provato un'emozione di fondo così bella, positiva, calorosa, un dono che per me è sempre prezioso in un mondo così brutto, pieno di odio e di egoismo.
Se sono colpevole di aver amato, in una qualunque accezione... sono fiero del mio reato e non temo il giudizio. E per le male azioni che ho compiuto, ho chiesto scusa più è più volte e sarei stato pronto a CERCARE di porvi rimedio. Per quanto sia ingegnere fino al midollo, so bene che non tutti i problemi fra due persone hanno una soluzione. Ma penso che due persone che si vogliono bene debbano AFFRONTARE un problema che li divide, se non altro perché un legame d'affetto è prezioso.
E qui sta l'orgine dell'ira funesta che ha devastato la sopra menzionata e turrita città. Chi l'ha distrutta? Colei che ha eretto l'opera muraria che è oggetto di questo post? No. Sono stato IO a distruggere la città. Avvolto in una fiamma piu' calda del sole, il Corridore si è aggirato per le vie, per le corti, per i quartieri incendiando tutto, tutto, tutto. Ho liquefatto statue, ho fatto esplodere edifici, ho annientato ciò che amavo in un vomito di odio e adrenalina che ha fatto fuggire inorridita Colei.
In quella sera di quasi 9 mesi fa, Colei aprì il Vaso di Pandora descritto nel secondo post di questo blog. Ricordo che mi chiese se fossi impazzito. Ricordo che mi disse che non si dovrebbero dire cose di cui ci si pente. Sbagliato. Non mi sono mai pentito di quello che lo ho detto e anzi, mi dispiace non avergliene dette di più.
In quel momento d'ira assoluta non compresi la gravità di ciò che aveva fatto, una cosa tale da farmi reagire in modo davvero...inusuale per la mia persona. Mi ci volle molto per capire che in realta' mi aveva spezzato il cuore. E se molte volte, dopo quella sera, ho provato ostinatamente e dolorosamente a cercare di porre rimedio alla situazione, non ho mai ritrattato le mie parole originali. Semplicemente, l'ho imporata di convincermi di essermi sbagliato.
Purtroppo mi sono scontrato con l'unica difesa che lei potesse davvero oppormi. Conoscendo bene lei e le sue paure, nella furia avevo potuto i suoi punti deboli, lanciare i miei demoni nei punti sguarniti del suo Vallo. Se fossi riuscito ad avvicinarmi a lei, l'avrei fatta a pezzi, l'avrei spogliata della sua ridicola e fasulla armatura e l'avrei lasciata nuda nella cupa e gelida desolazione del suo cuore ghiacciato. Ma nel sezionarla, avrei sempre cercato la persona a cui avevo voluto così bene, perché scorprirla così vuota... mi infliggeva un dolore indicibile.
Eppure ha trovato il modo di opporsi a me: semplicemente, come i bambini, mi ha negato un confronto, innalzando un muro di rifiuto così alto e solido che non sono mai riuscito ad abbatterlo. La massima semplicità di un interdetto totale ha annullato le mie sofisticare e acuminate argomentazioni. E nel momento in cui non sono piu' riuscito ad avanzare, i miei demoni mi hanno raggiunto per farmi pagare un po' di conti con me stesso.
Così ho cominciato a soffrire. Tanto, tantissimo. Quasi come se lei mi avesse lasciato. E i miei demoni mi deridevano mentre mi incatenavano alla roccia, con frasi di scherno: "perché ti contorci dal dolore?", "in fondo era solo un'amica, no?", "non ti ha mai voluto bene!", "ti ha usato e poi ti ha buttato via!".
Come un novello Prometeo, sono stato fatto a pezzi dalle fiere giorno dopo giorno, in un tormento infinito. Ma a differenza dell'eroe, io non avevo rubato il fuoco per donarlo agli uomini e alleviare le loro pene. Lo avevo usato per distruggere, per portare sofferenza e per sfogare il mio rancore e la mia delusione.
Così è iniziato il mio calvario, il mio penoso incedere con un pesante fardello non verso un Golgota, ma nell'imperituro e vano vagabondare, seguendo il tracciato del Muro Assoluto.
Il Muro Assoluto
Nel mio Tartaro sono io che do forma alle cose, l'ho gia' spiegato. Il confine fra il mio Tarataro e quello di Colei è segnato da una nera muraglia di ossidiana, da un'orizzonte all'altro di questa landa desolata puntellata di macerie e crateri. Il calore è abbacinante: la testa si piega sotto il sole spietato. Il sudore arriva a mala pena al suolo prima di evaporare. Io l'ho percorso in lungo e in largo, per cercare un varco, per ottenere risposte che mi aiutassero a capire, a combattere i miei demoni.
Nulla.
Ho gridato, ho insultato, ho detto cose terribili, taglienti. Ho alzato muri di fuoco, ho evocato saette.
Nulla.
Ho chiesto. Ho strisciato. Ho usato parole dolci, gentili. Ho aperto il mio cuore, mi sono esposto come non mai.
Nulla.
Oh, qualche spiraglio si è aperto. Ma ciò che usciva aveva sempre un aspetto così minaccioso, così irritante e incomprensibile... che ogni volta cercavo di sfuttare il piccolo varco per far passare l'odio e le armi. In quello ho sbagliato, alla fine ci ho solo rimesso allontanando la fine del mio tormento.
Ho lottato. Ho combattuto con un'ostinazione che va bel oltre la speranza e che affonda piu' propriamente nella psicosi. In una sorta di ossessione tripolare ho alternato fasi tenere, tristi e irose. I miei occhi sono sempre rimasti asciutti nel mondo reale, ma nel Tartaro fiumi di lacrime hanno innondato il mio volto. Ho pianto col viso appoggiato al Muro. Mi sono lanciato di corsa contro il Muro stesso, sperando che l'essere pronto al sacrificio mi esentasse da esso, nell'ultimo glorioso momento. Mi sono rotto i denti, in questo modo. L'ossidiana è dura, senza ombra di dubbio. E nella nebbia rossa di sangue che seguiva questi miei stupidi tentativi, il fuoco della furia mi pervadeva, portandomi di nuovo alla fase violenta.
Col tempo e con lo straziante "aiuto" dei miei demoni, sono riuscito a fare alcune importanti ammissioni, a porre alcune domande giuste a cui alla fine ho avuto risposta. Alla lunga, il sollievo si è fatto strada, grazie a piccole risposte e tanta tanta rassegnazione.
Alla fine, ho deciso di credere alla verità che avevo dedotto, per quanto brutta e squallida sia. Per quanto io stesso non sappia quanto esserne convinto, ho deciso che sono stato preso in giro da una persona che non mi ha mai voluto bene davvero, che mi ha usato quando le ero utile, che non ha saputo perdonarmi un errore grave ma non mortale, che mi ha buttato via con disprezzo. E che non ha voluto dirmi certe cose guardandomi negli occhi.
Il bello è che non sono davvero SICURO che questo sia vero. Forse non voglio crederci fino in fondo, forse non voglio cullarmi in una versione dei fatti che mi vede troppo vittima e troppo poco colpevole. Però penso che se una persona viene accusata ingiustamente di qualcosa, non possa rimanere inerte...a meno di non curarsi mimimanente dell'opinione altrui. O di sapere di essere nel torto.
Il Frammento e i Moai Guardiani
Accettazione, rassegnazione, resa. Questo dipingono le mie parole. Eppure. Eppure non riesco a mettere la parola FINE a questo tormento. Ormai non è neanche piu' tale, è solo una piccola ossessione, una cosa non strana nè infrequente nella mia vita. Ma cosa mi spinge a non voltarmi indietro e non abbandonare per sempre questa regione del mio Tartaro?
La risposta è semplice e nel contempo incredibile: dall'altra parte del Muro c'e' una parte di me, un Frammento del mio cuore che Colei aveva in pegno e che è rimasto dall'altra parte quando il Muro è stato eretto. Il fatto che questo Frammento sia isolato da me forse non è un male: forse questa divisione mi impedirà di commettere di nuovo certi errori. Ne dubito...ma vado avanti ugualmente. Il punto è che in realtà io rivoglio quella parte di me, e l'unica persona che possa restituirmela è nel contempo l'unica che potrebbe abbattere il Muro. E non lo farà, non tanto presto almeno, perché sa che io la aspetto con uncini infuocati, con un odio che ormai si nutre piu' di se stesso che dell'offesa o persino del ricordo di essa.
Che fare dunque? Niente. Il bello di averle provate tutte è che alla fine non sai più cosa fare. L'iniziativa non spetta piu' a me.
Lungo il Muro sto costruendo un nuovo esercito, meno minaccioso e violento: una schiera di Moai Guardiani, coi loro volti di pietra rivolti verso il Muro in attesa di un minimo cambiamento.
E aspetterò. Quello posso farlo, in fondo non ho scelta. Aspetterò un segno o semplicemente il gelo dell'oblio, quando tutto questo non avrà piu' importanza. Quando cioè il sole tramonterà su questo angolo di Tartaro, il freddo del cuore di Colei che ha eretto il Muro Assoluto oltrepasserà l'ossidiana: quel giorno si congeleranno le lacrime (le mie lacrime!) sui visi dei Moai, spaccando i volti di pietra e ponendo un termine alla loro Guardia.
L'impagabile sensazione di non essere solo
Penso che quel giorno sia ancora abbastanza lontano. Per ora mi trascino a sedere su un masso frantumato, contemplando il Muro Assoluto. Ho smesso di assillare Colei, ormai la mia bramosia di risposte è placata. Sento ancora i morsi dei ferri di tortura che i miei demoni hanno premurosamente usato sulle mie carni, ma ormai sono convalescente. Non posso dirmi coraggioso, non ho avuto scelta. Però penso di uscire da questa esperienza decisamente arricchito: ho guardato dentro di me più a fondo di quanto non facessi da anni, ho capito molte cose e ho visto molti aspetti deteriori del mio essere.
Prima di concludere questo sfilacciato e tormentato post, devo assolutamente ringraziare le persone che piu' mi hanno aiutato in questo difficile periodo, che hanno acceso i falò di segnalazione che mi hanno permesso di non pedermi nel Tartaro, che mi hanno portato acqua, conforto, affetto.
Molti mi hanno aiutato, in diverse misure. L'Arciere è sempre stato al mio fianco, se non con tante parole con la sua saggezza, per fortuna non trasmessa sulla punta dei suoi strali. La Dama del Vallo Infranto, con il suo buon senso, la sua esperienza e le sue domande dirette al punto giusto: mai con cattiveria ma sempre con precisione. Una mia amica carissima, che non ha un'immagine nel Tartaro ma che mi ha sempre ascoltato con infinita pazienza e non mi ha mai lasciato solo. E infine alla mia splendida e amatissima fidanzata, che inspiegabilmente non mi ha cacciato dalla sua vita a pedate ma anzi ha saputo guardare oltre l'apparenza e mi ha confortato tantissimo.
Io sono circondato di persone meravigliose e di questo sono grato alla sorte come solo un povero mortale può essere.
Infine, personificando una cosa inanimata e immateriale che non è altro che una prioezione di me stesso, rivolgo un piccolo ringraziamento al mio blog. Devo ammettere piano piano sta diventando una cosa davvero...importante. Almeno per me.
lunedì 10 novembre 2008
9. La Dama del Vallo Infranto
Soffia un vento teso nel Tartaro. Sento i demoni agitarsi, l'ansia pervade il mio cuore, riflettendosi nel cielo del mio mondo interiore. Vedo nubi oscure all'orizzonte: non tempestose ma comunque gravide di pioggia. Sotto le nubi marciano demoni, ma senza intenti malvagi: vengono a chiedermi di pagare il fio a me stesso e ai miei cari, un pegno dovuto e troppo a lungo trascurato.
Nonostante la lunga ombra che si approssima, tuttavia, resisterò e rimanderò ancora un po'. Non farò adirare i demoni, loro sanno che aspetto solo il momento opportuno in cui potrò scrivere liberamente. E anche se farà male e sarà doloroso, lo farò perché è giusto e, al di là di ciò che posso dire per sentirmi più nobile, perché ne ho bisogno. Per mia fortuna, posso aspettare il momento in cui sarò pronto.
Nell'attesa che il Corridore sia pronto ancora una volta a voltarsi e inseguire i demoni che lo braccano, traccerò sul suolo del Tartaro l'immagine di un'altra persona del mondo reale: una donna di valore, che conosco poco ma che che sto imparando a stimare. Una donna di potere nel Tartaro, secondo me assai più forte del Corridore, ma in qualche modo ferita e soggiogata, talvolta persa nella landa desolata che può essere anche un'esistenza abbastanza tranquilla vissuta con un cuore sensibile. E poiché in questo mi sento affine a lei, in questo post accenderò uno di quei fuochi di segnalazione di cui ho parlato nelle mie prime escursioni in questo blog. E la scelta di intervenire è un piccolo, forse insignificante dono, ma è un'azione dettata dall'affetto, dalla volontà di esprimere una forma di partecipazione con la speranza di non essere oppressivo, saccente, didascalico, importuno.
Preparati dunque, o mio diorama, ad accogliere fra le tue cupe braccia un nuovo personaggio di cui conservare l'immagine e la memoria: la Dama del Vallo Infranto.
Penso che assai raramente mi sia capitato di essere veramente obiettivo, soprattutto su cose che mi hanno toccato con mano pesante. Però una mia (patetica?) regola morale è quella di cercare di conservare i ricordi positivi anche delle persone che mi hanno ferito e deluso. In questo senso non deve stupire se, contrariamente a quella che sembrava la prassi affermata, accendo una fiaccola di ringraziamento alla memoria dell'Ingannatrice Errante. Poiché è grazie alla sua intercessione che il Corridore e la Dama hanno superato un reciproco giudizio erraro, riuscendo così a conoscersi meglio. Non mi faccio particolari illusioni sulle pulsioni che hanno spinto l'Ingannatrice ad intessere le lodi del Corridore: se la situazione si fosse ripetuta a mesi di distanza, anziché il ritratto eroico di un Paladino la Dama avrebbe visto un orribile feticcio vudù. Come ho ampiamente raccontato in precendenza, la capacità dell'Ingannatrice di intessere la realtà come più la aggrada ha raggiunto livelli di maestria davvero eccelsi.
A prescindere da come o perché si sia verificata questa inversione di polarità, per un curioso caso del destino o forse per una forma di risonanza fra spiriti opposti ed affini, il Tradimento dell'Ingannatrice ha posto le basi perché il Corridore potesse avvicinarsi di più quella regione del Tartaro dove la Dama ha la sua dimora. In un certo senso assai irrazionale, privo della solita precisa meccanicità del mio ragionamento causale, posso dire che per quanto doloroso sia stato la perdita dell'Ingannatrice è stato un separarsi da una persona mediocre per avvicinarsi a una...di ben altra pasta. Dubito che sia successo per una qualche ragione, però posso ritenermi soddisfatto: la mia solita immeritata fortuna ha smorzato l'effetto di una facciata colossale, meritata in ogni suo Joule di energia.
Come mio solito, introduco gli orchi come un nuovo simbolo in contrapposizione logica con un altro, in questo caso ben noto: i demoni. Ebbene, nel mondo del Tartaro gli orchi sono tutte quelle cause esterne e distinte da noi che hanno però un effetto sulla nostra vita e sul nostro equilibrio interiore. Gli orchi sono la proiezione di eventi o persone che partecipano alla nostra vita reale con effetti negativi sulla nostra anima. Non mi dilungherò nel descriverli, sia sufficiente pensare a tutta quella gamma di cose spiacevoli che possono andarre dai riproveri materni alle delusioni lavorative, dai lutti alla violenza, dalla malattia alla crudeltà altrui.
Sebbene in precendeza non vi fosse forse un'esplicita distinzione, la differenza fra la natura dei demoni e quella degli orchi non può che essere abissale, ed è il caso di rimarcarla. Sebbene in alcuni casi il confine possa sfumare, gli orchi sono sostanzialmente stimoli esogeni, mentre i demoni sono parte di noi e della nostra psiche, creature indigene del Tartaro. Spesso le bande di orchi in razzia nel Tartaro possono portare alla nascita di demoni, ma non si possono considerare un'autentica progenie: i demoni scaturiscono dal Tartaro stesso nel momento in cui gli orchi si scontrano con limiti nascosti, menzogne e barriere mentali.
Spesso orchi e demoni assaltano il Vallo insieme e in quest'ordine: i primi spezzano le difese, i secondi impegnano i difensori della fortezza, finché qualcuno non penetra, seminando distruzione e fiamme. Gli scopi e i modi delle due schiere sono tuttavia opposti: se i demoni sono spesso benefici, gli orchi sono una forza della natura e del caos, non si curano di cosa o perché si nasconda dietro al Vallo. Si limitano a martellare i muri e le porte con il ferro, il fuoco, le catapulte, i cannoni, le bombe, i missili o le testate nucleari, a seconda della potenza e della natura degli eventi nella vita reale. Sono quasi più un'inondazione, solo che l'acqua non ha la connotazione maligna e crudele che il termine "orco" può evocare.
Non così i demoni: essi combattono con le stesse armi dei difensori, li affrontano in duelli all'ultimo sangue, per motivi seri o per seghe mentali, ma sempre, SEMPRE con una ragione. E quando penetrano nel Vallo, i demoni non bruciano e non distruggono incondizionatamente: ci aiutano a vedere, a capire e (per coloro che sono saggi) a migliorare, mostrandoci fra l'altro i punti deboli delle nostre difese.
Penso che il motto del Corridore sia poco eroicamente: "Insegui i demoni, ma stai bene attento che gli orchi non ti prendano... e spera che non arrivino in massa".
Nel corso della scrittura di questo blog mi sono spesso scoperto a parteggiare per i demoni, mai per i difensori del Vallo. Ebbene, questa è vera e propria ingratitudine: urge la necessità di rimediare. Perché quando la vita (l'orda degli orchi) attacca e colpisce a fondo, la partita si gioca proprio sulla solidità dei contrafforti del muro e sulle capacità dei difensori. E se anche accorreranno amici e parenti, persone care e importanti ad aiutarti a spezzare l'assedio, chi deve resistere sei TU e se le tue difese sono inadeguate sei FOTTUTO.
Tutte le persone, sebbene in maniera diversa, sono in grado di incassare i colpi: la penetrazione di demoni e orchi nella fortezza spesso non è un evento così drammatico, almeno in prospettiva. Tuttavia, assalti troppo potenti e troppo ravvicinati possono portare a un tipo di evento assai più traumatico: il Crollo del Vallo. Come in tutti gli assedi, solitamente sono le porte, i varchi di accesso i primi a crollare, permettendo l'invasione. Al di là dei danni interni, riparare una porta non è poi cosa difficile, per quanto doloroso o amaro possa essere. Se invece a crollare sono i muri...beh, riprendersi diventa un percorso ben più faticoso. Per me è stato così quando ho perso due amiche molto importanti a distanza molto ravvicinata: non a caso sono stati scritti Il Vaso di Pandora e L'Ingannatrice Errante. Ma a ben vedere è stato proprio questo Crollo, di cui il mio cuore porta ancora le ferite, a spingermi ad aprire questo blog.
Un Crollo è un evento traumatico, che spinge le persone a cambiare, purtoppo non sempre in meglio. Ma che succede alla persona quando si verifica una SERIE di Crolli? Magari a distanza così ravvicinata che la ricostruzione della breccia precedente non è ancora completata? Beh, a lungo andare il Vallo perde un po' della sua capacità di ricostuirsi, smettendo di svolgere la sua funzione.
E' davvero curiosa la geometria con cui arrivo all'argomento del post solo alla fine, cercando quindi di disimpegnarmi velocemente quasi a voler esorcizzare il tedio di una lettura e scrittura troppo prolungata. Perché tutto questo sproloquio peliminare? La risposta è banale quanto la domanda: perché altrimenti comprendere la desolazione vista dal Corridore e nel contempo afferrare il senso della sua speranza diventa impossibile.
Il Corridore attraversa spesso il proprio Tartaro e quelli altrui, assencondando la sua natura di cervellotico esploratore della psiche. Ebbene, addentrandosi su quella pista di terra battuta apertagli dall'Ingannatrice Errante, il Corridore ha scoperto un'oasi circondata da una piana di detriti e polvere, cosparsa delle macerie di un Vallo molte volte crollato e infine infrantosi.
Nelle sue brevi visite all'oasi il Corridore ha conosciuto un po' meglio la Dama, arrivando a forse ad intuire in minima parte alcune componenti del suo carattere. Nonostante le apparenze, la Dama ha una forza straordinaria nel Tartaro: la sua intelligenza e la sua sensibilità proiettate sul piano mentale diventano un'acuminata e lunga lancia, con cui la Dama riesce a tenere a combattere demoni e persone. A differenza dell'Ingannatrice Errante, la Dama non ha alcun bisogno di un paladino, anzi: sarebbe capacissima di infilzare con la sua lancia le parti meno nobili di chiunque si proponesse per quel ruolo. Non è infatti la capacità di lottare che manca alla Dama, quanto la capacità di resistere alle bordate degli orchi: senza un Vallo adeguato, temo che sia impossibile. La Dama finisce quindi per diventare preda della furia di coloro che cercano di approfittarsi di lei, sfruttando le sue insicurezze per insinuare in lei il senso di colpa, in modo da compiere i loro esclusivi interessi.
Per l'esperienza del Corridore, nessun altro può davvero costruire un Vallo per te. Però in questo caso c'è una luce di speranza, e anche se piccola. Poiché il Corridore conosce la strada per l'oasi, la può percorrere portando alcuni piccoli doni che egli spera possano fare una qualche differenza.
Il primo aiuto è quello militare: sebbene non voglia più indossare i panni del Paladino sopra le mura del Vallo, il Corridore può capitanare una piccola compagnia di avventurieri per attaccare il fianco degli orchi. E poiché il Corridore è anche un cacciarore di demoni, sa come affrontarli e può indebolirli.
Il secondo aiuto è per il lungo periodo: ad ogni viaggio per l'oasi, il Corridore può portare una nuova pietra per la Ricostruzione del Vallo. Non macigni fondanti, non chiavi di volta, non pietre angolari, ma pur sempre buona, vecchia, solida roccia. E non sarà mai lui a metterli in posa, però spera davvedo che vengano usati e che prima o poi possano fare una qualche differenza.
Anche questo vuol dire far parte del mio diorama, Dama.
Sii la benvenuta
Nonostante la lunga ombra che si approssima, tuttavia, resisterò e rimanderò ancora un po'. Non farò adirare i demoni, loro sanno che aspetto solo il momento opportuno in cui potrò scrivere liberamente. E anche se farà male e sarà doloroso, lo farò perché è giusto e, al di là di ciò che posso dire per sentirmi più nobile, perché ne ho bisogno. Per mia fortuna, posso aspettare il momento in cui sarò pronto.
Nell'attesa che il Corridore sia pronto ancora una volta a voltarsi e inseguire i demoni che lo braccano, traccerò sul suolo del Tartaro l'immagine di un'altra persona del mondo reale: una donna di valore, che conosco poco ma che che sto imparando a stimare. Una donna di potere nel Tartaro, secondo me assai più forte del Corridore, ma in qualche modo ferita e soggiogata, talvolta persa nella landa desolata che può essere anche un'esistenza abbastanza tranquilla vissuta con un cuore sensibile. E poiché in questo mi sento affine a lei, in questo post accenderò uno di quei fuochi di segnalazione di cui ho parlato nelle mie prime escursioni in questo blog. E la scelta di intervenire è un piccolo, forse insignificante dono, ma è un'azione dettata dall'affetto, dalla volontà di esprimere una forma di partecipazione con la speranza di non essere oppressivo, saccente, didascalico, importuno.
Preparati dunque, o mio diorama, ad accogliere fra le tue cupe braccia un nuovo personaggio di cui conservare l'immagine e la memoria: la Dama del Vallo Infranto.
Pegno e Riscatto
Penso che assai raramente mi sia capitato di essere veramente obiettivo, soprattutto su cose che mi hanno toccato con mano pesante. Però una mia (patetica?) regola morale è quella di cercare di conservare i ricordi positivi anche delle persone che mi hanno ferito e deluso. In questo senso non deve stupire se, contrariamente a quella che sembrava la prassi affermata, accendo una fiaccola di ringraziamento alla memoria dell'Ingannatrice Errante. Poiché è grazie alla sua intercessione che il Corridore e la Dama hanno superato un reciproco giudizio erraro, riuscendo così a conoscersi meglio. Non mi faccio particolari illusioni sulle pulsioni che hanno spinto l'Ingannatrice ad intessere le lodi del Corridore: se la situazione si fosse ripetuta a mesi di distanza, anziché il ritratto eroico di un Paladino la Dama avrebbe visto un orribile feticcio vudù. Come ho ampiamente raccontato in precendenza, la capacità dell'Ingannatrice di intessere la realtà come più la aggrada ha raggiunto livelli di maestria davvero eccelsi.
A prescindere da come o perché si sia verificata questa inversione di polarità, per un curioso caso del destino o forse per una forma di risonanza fra spiriti opposti ed affini, il Tradimento dell'Ingannatrice ha posto le basi perché il Corridore potesse avvicinarsi di più quella regione del Tartaro dove la Dama ha la sua dimora. In un certo senso assai irrazionale, privo della solita precisa meccanicità del mio ragionamento causale, posso dire che per quanto doloroso sia stato la perdita dell'Ingannatrice è stato un separarsi da una persona mediocre per avvicinarsi a una...di ben altra pasta. Dubito che sia successo per una qualche ragione, però posso ritenermi soddisfatto: la mia solita immeritata fortuna ha smorzato l'effetto di una facciata colossale, meritata in ogni suo Joule di energia.
Demoni e Orchi
Finita la parentesi di buonistica e insipida dietrologia consolatoria, devo introdurre un'altra categoria di personaggi: scevro come sono sempre da ogni malthusiana tendenza, non mi curo di eventuali sovraffollamenti del mio diorama o di qualsiasi post.Come mio solito, introduco gli orchi come un nuovo simbolo in contrapposizione logica con un altro, in questo caso ben noto: i demoni. Ebbene, nel mondo del Tartaro gli orchi sono tutte quelle cause esterne e distinte da noi che hanno però un effetto sulla nostra vita e sul nostro equilibrio interiore. Gli orchi sono la proiezione di eventi o persone che partecipano alla nostra vita reale con effetti negativi sulla nostra anima. Non mi dilungherò nel descriverli, sia sufficiente pensare a tutta quella gamma di cose spiacevoli che possono andarre dai riproveri materni alle delusioni lavorative, dai lutti alla violenza, dalla malattia alla crudeltà altrui.
Sebbene in precendeza non vi fosse forse un'esplicita distinzione, la differenza fra la natura dei demoni e quella degli orchi non può che essere abissale, ed è il caso di rimarcarla. Sebbene in alcuni casi il confine possa sfumare, gli orchi sono sostanzialmente stimoli esogeni, mentre i demoni sono parte di noi e della nostra psiche, creature indigene del Tartaro. Spesso le bande di orchi in razzia nel Tartaro possono portare alla nascita di demoni, ma non si possono considerare un'autentica progenie: i demoni scaturiscono dal Tartaro stesso nel momento in cui gli orchi si scontrano con limiti nascosti, menzogne e barriere mentali.
Spesso orchi e demoni assaltano il Vallo insieme e in quest'ordine: i primi spezzano le difese, i secondi impegnano i difensori della fortezza, finché qualcuno non penetra, seminando distruzione e fiamme. Gli scopi e i modi delle due schiere sono tuttavia opposti: se i demoni sono spesso benefici, gli orchi sono una forza della natura e del caos, non si curano di cosa o perché si nasconda dietro al Vallo. Si limitano a martellare i muri e le porte con il ferro, il fuoco, le catapulte, i cannoni, le bombe, i missili o le testate nucleari, a seconda della potenza e della natura degli eventi nella vita reale. Sono quasi più un'inondazione, solo che l'acqua non ha la connotazione maligna e crudele che il termine "orco" può evocare.
Non così i demoni: essi combattono con le stesse armi dei difensori, li affrontano in duelli all'ultimo sangue, per motivi seri o per seghe mentali, ma sempre, SEMPRE con una ragione. E quando penetrano nel Vallo, i demoni non bruciano e non distruggono incondizionatamente: ci aiutano a vedere, a capire e (per coloro che sono saggi) a migliorare, mostrandoci fra l'altro i punti deboli delle nostre difese.
Penso che il motto del Corridore sia poco eroicamente: "Insegui i demoni, ma stai bene attento che gli orchi non ti prendano... e spera che non arrivino in massa".
La semplice importanza del Vallo
Nel corso della scrittura di questo blog mi sono spesso scoperto a parteggiare per i demoni, mai per i difensori del Vallo. Ebbene, questa è vera e propria ingratitudine: urge la necessità di rimediare. Perché quando la vita (l'orda degli orchi) attacca e colpisce a fondo, la partita si gioca proprio sulla solidità dei contrafforti del muro e sulle capacità dei difensori. E se anche accorreranno amici e parenti, persone care e importanti ad aiutarti a spezzare l'assedio, chi deve resistere sei TU e se le tue difese sono inadeguate sei FOTTUTO.
Tutte le persone, sebbene in maniera diversa, sono in grado di incassare i colpi: la penetrazione di demoni e orchi nella fortezza spesso non è un evento così drammatico, almeno in prospettiva. Tuttavia, assalti troppo potenti e troppo ravvicinati possono portare a un tipo di evento assai più traumatico: il Crollo del Vallo. Come in tutti gli assedi, solitamente sono le porte, i varchi di accesso i primi a crollare, permettendo l'invasione. Al di là dei danni interni, riparare una porta non è poi cosa difficile, per quanto doloroso o amaro possa essere. Se invece a crollare sono i muri...beh, riprendersi diventa un percorso ben più faticoso. Per me è stato così quando ho perso due amiche molto importanti a distanza molto ravvicinata: non a caso sono stati scritti Il Vaso di Pandora e L'Ingannatrice Errante. Ma a ben vedere è stato proprio questo Crollo, di cui il mio cuore porta ancora le ferite, a spingermi ad aprire questo blog.
Un Crollo è un evento traumatico, che spinge le persone a cambiare, purtoppo non sempre in meglio. Ma che succede alla persona quando si verifica una SERIE di Crolli? Magari a distanza così ravvicinata che la ricostruzione della breccia precedente non è ancora completata? Beh, a lungo andare il Vallo perde un po' della sua capacità di ricostuirsi, smettendo di svolgere la sua funzione.
La Dama del Vallo Infranto
E' davvero curiosa la geometria con cui arrivo all'argomento del post solo alla fine, cercando quindi di disimpegnarmi velocemente quasi a voler esorcizzare il tedio di una lettura e scrittura troppo prolungata. Perché tutto questo sproloquio peliminare? La risposta è banale quanto la domanda: perché altrimenti comprendere la desolazione vista dal Corridore e nel contempo afferrare il senso della sua speranza diventa impossibile.
Il Corridore attraversa spesso il proprio Tartaro e quelli altrui, assencondando la sua natura di cervellotico esploratore della psiche. Ebbene, addentrandosi su quella pista di terra battuta apertagli dall'Ingannatrice Errante, il Corridore ha scoperto un'oasi circondata da una piana di detriti e polvere, cosparsa delle macerie di un Vallo molte volte crollato e infine infrantosi.
Nelle sue brevi visite all'oasi il Corridore ha conosciuto un po' meglio la Dama, arrivando a forse ad intuire in minima parte alcune componenti del suo carattere. Nonostante le apparenze, la Dama ha una forza straordinaria nel Tartaro: la sua intelligenza e la sua sensibilità proiettate sul piano mentale diventano un'acuminata e lunga lancia, con cui la Dama riesce a tenere a combattere demoni e persone. A differenza dell'Ingannatrice Errante, la Dama non ha alcun bisogno di un paladino, anzi: sarebbe capacissima di infilzare con la sua lancia le parti meno nobili di chiunque si proponesse per quel ruolo. Non è infatti la capacità di lottare che manca alla Dama, quanto la capacità di resistere alle bordate degli orchi: senza un Vallo adeguato, temo che sia impossibile. La Dama finisce quindi per diventare preda della furia di coloro che cercano di approfittarsi di lei, sfruttando le sue insicurezze per insinuare in lei il senso di colpa, in modo da compiere i loro esclusivi interessi.
Alleggerire i fianchi, portare pietre.
Per l'esperienza del Corridore, nessun altro può davvero costruire un Vallo per te. Però in questo caso c'è una luce di speranza, e anche se piccola. Poiché il Corridore conosce la strada per l'oasi, la può percorrere portando alcuni piccoli doni che egli spera possano fare una qualche differenza.
Il primo aiuto è quello militare: sebbene non voglia più indossare i panni del Paladino sopra le mura del Vallo, il Corridore può capitanare una piccola compagnia di avventurieri per attaccare il fianco degli orchi. E poiché il Corridore è anche un cacciarore di demoni, sa come affrontarli e può indebolirli.
Il secondo aiuto è per il lungo periodo: ad ogni viaggio per l'oasi, il Corridore può portare una nuova pietra per la Ricostruzione del Vallo. Non macigni fondanti, non chiavi di volta, non pietre angolari, ma pur sempre buona, vecchia, solida roccia. E non sarà mai lui a metterli in posa, però spera davvedo che vengano usati e che prima o poi possano fare una qualche differenza.
Anche questo vuol dire far parte del mio diorama, Dama.
Sii la benvenuta
giovedì 6 novembre 2008
8. Sulla natura dei personaggi
Nei post precedenti ho paragonato il Tartaro a un diorama, utilizzando questa metafora per introdurre un nuovo personaggio del mio mondo interiore: l'Arciere.
Una mia amica mi ha lasciato un succinto quanto stimolante commento, chiedendomi se ci saranno altri personaggi. Sulla base di un non celato autocompiaciento, faccio una breve digressione dai vagabondaggi del Corridore per parlare ancora una volta della natura delle metafore di questo blog. Devo ammettere che la considero un po' negativamente una torsione cognitiva: quando uno strumento viene usato per descrivere se stesso, rischia di autoalimentarsi in modo vuoto e incontrollato, finendo per conservare una pura forma, senza sostanza alcuna.
Tuttavia, poiché in piccole dosi puo' semplificare la comprensione altrui, spenderò qualche parola per approfondire il concetto di "Personaggio".
Questo blog non è altro che una parzialissima serializzazione (in senso informatico) di una scheggia della mia mente e del mio modo di pensare. E' come avere la descrizione di un panorama vivente, di quel piano mentale dove tutti gli stimoli esterni e le pulsioni interne confluiscono a creare il mio essere. Questo piano è teorico, è come la visualizzazione di un'immagine su una superficie assai irregolare: come nelle proiezioni ortogonali di adolescenziale memoria, ciò che esite nella "realtà" viene riportato in parti diverse su superfici astratte e separate.
E questa proiezione è uno strumento alquanto artificiale: viene condizionato, filtrato, distorto dalla mia stessa mente, sia dalla parte coscente sia da quella inconscia. In questo senso, le forme o i nomi dei personaggi riflettono il modo che ho di vederli: il che, se vogliamo, è un'inversione della causa e dell'effetto che condizionano il nostro "vedere" e "percepire" nel mondo reale.
Nel trionfo della contorsione, concludo con l'argomento iniziale: cos'è un "Personaggio"?
La risposta è elementare: questo stile sofisticato e involuto ha il solo scopo di creare suspance attorno a una banalità a tratti sconfortante.
Un "Personaggio" del diorama non è altro che la proiezione di una persona per me importante sul piano del Tartaro e del Vallo.
Putroppo, mi sono reso conto che finora sono stato spinto a scrivere di una persona solo se soffre o mi ha fatto soffrire. Penso (spero) però che la cosa cambierà: ho aperto il blog in un brutto momento, ma mi auguro il cupo cielo del Tartaro conceda qualche bella schiarita. Già ora non è plumbeo come prima.
Io sono un uomo molto fortunato, la mia vita è ricca di persone importanti a cui voglio bene, che non voglio vedere soffrire e che spero non mi tradiranno mai. Spero di riuscire a narrare l'amore che provo per loro attraverso le gesta del Corridore. Ma visto che a me e a altri sono successe cose impensabili, cerco di non ritenere nessuno davvero al sicuro.
Pertanto, se qualcuno mi chiede: "ci saranno altri personaggi?", io non posso che rispondere:
"sì, certo"
Una mia amica mi ha lasciato un succinto quanto stimolante commento, chiedendomi se ci saranno altri personaggi. Sulla base di un non celato autocompiaciento, faccio una breve digressione dai vagabondaggi del Corridore per parlare ancora una volta della natura delle metafore di questo blog. Devo ammettere che la considero un po' negativamente una torsione cognitiva: quando uno strumento viene usato per descrivere se stesso, rischia di autoalimentarsi in modo vuoto e incontrollato, finendo per conservare una pura forma, senza sostanza alcuna.
Tuttavia, poiché in piccole dosi puo' semplificare la comprensione altrui, spenderò qualche parola per approfondire il concetto di "Personaggio".
Questo blog non è altro che una parzialissima serializzazione (in senso informatico) di una scheggia della mia mente e del mio modo di pensare. E' come avere la descrizione di un panorama vivente, di quel piano mentale dove tutti gli stimoli esterni e le pulsioni interne confluiscono a creare il mio essere. Questo piano è teorico, è come la visualizzazione di un'immagine su una superficie assai irregolare: come nelle proiezioni ortogonali di adolescenziale memoria, ciò che esite nella "realtà" viene riportato in parti diverse su superfici astratte e separate.
E questa proiezione è uno strumento alquanto artificiale: viene condizionato, filtrato, distorto dalla mia stessa mente, sia dalla parte coscente sia da quella inconscia. In questo senso, le forme o i nomi dei personaggi riflettono il modo che ho di vederli: il che, se vogliamo, è un'inversione della causa e dell'effetto che condizionano il nostro "vedere" e "percepire" nel mondo reale.
Nel trionfo della contorsione, concludo con l'argomento iniziale: cos'è un "Personaggio"?
La risposta è elementare: questo stile sofisticato e involuto ha il solo scopo di creare suspance attorno a una banalità a tratti sconfortante.
Un "Personaggio" del diorama non è altro che la proiezione di una persona per me importante sul piano del Tartaro e del Vallo.
Putroppo, mi sono reso conto che finora sono stato spinto a scrivere di una persona solo se soffre o mi ha fatto soffrire. Penso (spero) però che la cosa cambierà: ho aperto il blog in un brutto momento, ma mi auguro il cupo cielo del Tartaro conceda qualche bella schiarita. Già ora non è plumbeo come prima.
Io sono un uomo molto fortunato, la mia vita è ricca di persone importanti a cui voglio bene, che non voglio vedere soffrire e che spero non mi tradiranno mai. Spero di riuscire a narrare l'amore che provo per loro attraverso le gesta del Corridore. Ma visto che a me e a altri sono successe cose impensabili, cerco di non ritenere nessuno davvero al sicuro.
Pertanto, se qualcuno mi chiede: "ci saranno altri personaggi?", io non posso che rispondere:
"sì, certo"
lunedì 3 novembre 2008
7. Sul sentiero dell'Arciere
Penso che a molti sia capitato di giocare con le onde alla spiaggia, in quelle giornate di vento in cui il mare è appena un po' piu' agitato del solito. Onde piccole, ancora sicure, eppure assai più vivaci e stimolanti della solita e rassicurante calma del Mediterraneo d'estate.
Ebbene, assaggiando questa piccolissima dimostrazione di forza della natura ho osservato come sia inutile e nocivo lottare con le onde...e come sia invece piu' facile cercare di assecondarle. Perché in quel caso sono loro a dettare le regole: con le loro oscillazioni sono in grado di piegare la nostra volontà e le nostre forze.
Avere a che fare con l'Arciere è un po' come lottare col mare: per entrare è necessario aspettare la risacca, il ritorno dell'onda, o si corre il rischio di essere sbattuti indietro sulla battigia. Ansimanti e stanchi.
Così è meglio aspettare, seduti sui sassi ai margini delle onde, in attesa: ed ecco che si apre il varco, le onde si ritirano e nessuna si prepara. E allora si deve correre, correre, correre a perdifiato, fra spruzzi e schiuma, sollevando le gambe, evitando i ciottoli e superando la linea dei mulinelli.
E lì ecco la calma, la riflessione, la saggezza dell'Arciere. Come il Corridore, egli apprezza la scrittura come sfogo, come ferro infuocato per marcare i propri pensieri su qualcosa di meno effimero di quel fluido, etereo ed evenescente supporto che è la parola umana.
Come spesso è accaduto in altri contesti, l'Arciere ha preceduto il Corridore anche nella scrittura pubblica, esplorando La Rete e lasciando una propria traccia in molteplici forum. Però, per una volta, l'Arciere ha deciso di seguire le orme del Corridore, applicando la propria vena creativa nel mondo dei Blog.
Lo stile e le tematiche dei due Blog sono estremamente diversi, ma, così come gli autori, sono le cose piu' nascoste ad accomunarli. E come le onde del mare, per quanto diversi sono destinati ad influenzarsi a vicenda, in un'oscillazione perpetua.
Per chi vuole percorre il sentiero dell'Arciere, deve imboccare questo stretto viottolo.
Ebbene, assaggiando questa piccolissima dimostrazione di forza della natura ho osservato come sia inutile e nocivo lottare con le onde...e come sia invece piu' facile cercare di assecondarle. Perché in quel caso sono loro a dettare le regole: con le loro oscillazioni sono in grado di piegare la nostra volontà e le nostre forze.
Avere a che fare con l'Arciere è un po' come lottare col mare: per entrare è necessario aspettare la risacca, il ritorno dell'onda, o si corre il rischio di essere sbattuti indietro sulla battigia. Ansimanti e stanchi.
Così è meglio aspettare, seduti sui sassi ai margini delle onde, in attesa: ed ecco che si apre il varco, le onde si ritirano e nessuna si prepara. E allora si deve correre, correre, correre a perdifiato, fra spruzzi e schiuma, sollevando le gambe, evitando i ciottoli e superando la linea dei mulinelli.
E lì ecco la calma, la riflessione, la saggezza dell'Arciere. Come il Corridore, egli apprezza la scrittura come sfogo, come ferro infuocato per marcare i propri pensieri su qualcosa di meno effimero di quel fluido, etereo ed evenescente supporto che è la parola umana.
Come spesso è accaduto in altri contesti, l'Arciere ha preceduto il Corridore anche nella scrittura pubblica, esplorando La Rete e lasciando una propria traccia in molteplici forum. Però, per una volta, l'Arciere ha deciso di seguire le orme del Corridore, applicando la propria vena creativa nel mondo dei Blog.
Lo stile e le tematiche dei due Blog sono estremamente diversi, ma, così come gli autori, sono le cose piu' nascoste ad accomunarli. E come le onde del mare, per quanto diversi sono destinati ad influenzarsi a vicenda, in un'oscillazione perpetua.
Per chi vuole percorre il sentiero dell'Arciere, deve imboccare questo stretto viottolo.
lunedì 27 ottobre 2008
6. L'Arciere
Diorama
Per quanto la quotidianità della vita imponga ai più una monotona routine, l'analisi del breve periodo spesso rivela un andamento ben diverso da quello generale.
Grazie a questo empirico principio diventa semplice spiegare la mia prolungata assenza dal blog: l'ultimo periodo lavorativo ha assorbito la maggior parte della mia vena creativa, mentre la mia vita emotiva ha attraversato una fase di agognata e fragile tranquillità.
In effetti ho ricavato spunti di riflessione interessanti, ma non sono riuscito a trovare l'ispirazione, a superare quell'attrito di primo distacco che sempre si pone a chiunque decida di scrivere qualcosa. Trascurare il mio blog mi dispiace...pero' a ben vedere, se mi aggiro poco nel Tartato vuol dire che tanto male non sto.
Sebbene io possa autoironicamente considerare questo mio stato come eccezionale (e quindi per definizione degno di nota), il senso di questo post non è descrivere il mio benessere, quanto piuttosto di aggiundere un importante tassello al mondo del Tartaro.
In effetti, comincio un po' a vedere il Tartaro anche come una sorta di diorama: uno scenario, una rappresentazione della realtà, con tanto di modellini di costruzioni e elementi naturali. Un giocattolo dinamico, sempre in movimento e in costruzione, continuamente modificato ed esteso in sintonia con le mie riflessioni e le mie scoperte. In un certo senso è come esternalizzare il mio punto di vista rispetto a me stesso.
Come detto in precedenza, oltre a elementi inanimati il Tartaro contiene personaggi. Ecco quindi comparire sul modellino alcune miniature: in primo piano c'e' il Corridore, in posizione sempre diversa a seconda delle sue peregrinazioni. In lontananza c'e' l'Ingannatrice Errante, chiusa nel suo castello in attesa dei demoni.
Qualche sera fa, davanti a una birra, ho trovato l'ispirazione per una nuova miniatura, un nuovo personaggio da aggiungere al mio diorama. Nel mondo reale è uno dei miei piu' cari e vecchi amici, una delle due persone che considero davvero come fratelli; nel mondo del Tartaro, lo vedo come l'Arciere.
Come sempre il nome non è un pretesto o un capriccio, anche se i risvolti spesso li scopro dopo. L'Arciere non lancia tanto frecce quanto piuttosto "strali": ho scelto questo termine insolito sulla base di un istinto, forse sulla spinta della ricercatezza linguistica. Sono partito dal significato letterale di proiettile, verificando però il significato su un vocabolario. Lì mi si è palesata la molteplicità delle interpretazioni:
1 freccia, saetta
fig., critica pungente, attacco polemico e sim.
2 estens., dolore, pena spirituale
3 mar., imbarcazione a vela da diporto con equipaggio da regata composto da due persone
(http://www.demauroparavia.it/115546)
Accantonando la surreale (e suggestivamente allucinante) idea di una faretra piena di natanti, i termini "critica pungente", "attacco polemico" e "pena spirituale" sono particolarmente adatti alla figura dell'Arciere.
Egli è infatti un cacciatore nel Tartaro: insegue tanto i demoni quanto i loro creatori, scagliando i suoi strali infuocati contro le illusioni e le seghe mentali di coloro che egli considera meritevoli di attenzione.
L'Arciere non è malvagio, tutt'altro: se ti bersaglia con durezza, se ti ferisce, se bracca le tue paure e le tue debolezze, vuol dire che gli stai a cuore e che ha stima di te. Egli ha un grande potere: la Vista. E' in grado di dissolvere qualunque Vallo, sa guardare veramente nel profondo delle persone, soprattutto negli angoli più bui. Trancia le seghe mentali con disprezzo e indifferenza: non le capisce e non gli interessano. La Vista guida i suoi Strali dove fa più male per farti migliorare, per tenere alta la tua guardia, per non permetterti di cullarti nel tiepido autocompiacimento di un periodo fortunato o di una falsa e miope sicurezza. L'Arciere sa inchiodarti ai tuoi demoni: con un unico Strale può trafiggere loro e te insieme, congiungendo preda e predatore come Peter Pan e la sua ombra.
Perché l'Arciere è così? Perché questi sono gli usi della sua tribù: così è stato educato e plasmato, forgiato dal fuoco di Strali lanciati da membri del suo clan. A dispetto della durata della nostra amicizia, l'ho scoperto solo recentemente.
L'Arciere e il Corridore
Molte cose differenziano il Corridere e l'Arciere, non ultimo il loro rapporto con i problemi e le paturnie altrui.
Se il Corridere entra in un labirinto di specchi, cerca di scrutare le immagini per non urtare alcun vetro, spesso rimanendo intrappolato dal fascino che esercita su di lui la complessità delle figure che lo circondano. L'Arciere frantuma gli specchi per trovare l'uscita.
Negli ultimi 10 anni ho sperimentato sulla mia pelle tantissimi dei suoi Strali, con infinite discussioni e periodi veramente...pesanti. Dovessi dire di aver cercato io la rissa dovrei certamente sforzarmi, ma so benissimo che non è vero: ci ho messo del mio. Per superficialità e incuria più che per intenzione, però l'ho fatto arrabbiare molte volte. E visto che lui mi provocava per il mio bene (almeno nelle intenzioni), temo di essere io ad aver tenuto il comportamento peggiore.
Nonostante la lotta, gli inseguimenti e gli agguati, Arciere e Corridore sono grandi amici. A volte scomodi come un gatto in grembo che ti artiglia per non essere spostato, ma pur sempre grandi amici, come un gatto che ti salta in grembo quando sei solo e fa freddo.
Come figura, l'Arciere è più grande del Corridore: più veloce, più forte, più esperto. E' sempre all'avanguardia in nuovi territori, regioni della vita che lui esplora e che il Corridore studia ancora solo sulle carte o non immagina neppure. Mentre il Corridore si perde nelle nebbie delle sue ossessioni, l'Arciere lancia Strali di luce per illuminarsi il cammino. Spesso egli è affamato di esperienza: cerca di mordere la vita con canini appuntiti e di strapparne succulenti bocconi.
L'oscillazione dello slancio
Come descritto finora, l'Arciere è un personaggio formidabile e spietato, diretto fino allo spasimo al cuore della vita.
Tuttavia, come ogni figura del Tartaro, ha complesse debolezze che lo rendono umano e salde virtù che lo rendono ...una persona di valore, che vale davvero la pena conoscere.
Non parlerò delle virtù, non mi sono ispirato: basti però sapere che sarei pronto a mettere la mia vita nelle sue mani e per cui andrei in capo al mondo. Al diavolo gli Strali.
Ben più complessi sono i sui demoni. Perché, ovviamente, anche se è così bravo a dare la caccia a quelli degli altri, non è molto bravo a combattere e riconoscere i propri. Non a caso, l'arco si usa bene attraverso ampi spazi, non a distanza ravvicinata.
Sebbene sappia essere intrepido, la sua natura di pigro pantofolaio emerge ciclicamente: in quei periodi, spesso impregnati di cupa insoddisfazione e frustrazione, appende l'arco al chido della sua capanna e sprofonda nel suo comodo pagliericcio.
Ciclicamente si trova a fare bilanci con se stesso, scoprendo che le strade battute con entusiasmo non lo hanno portato dove voleva. Altrettanto spesso, il Corridore lo raggiunge allo stesso traguardo: in ritardo, ammaccato e trafelato ma di solito più sereno. I diversi percorsi hanno insegnato ai due cose diverse, ma alla fine le conclusioni convergono in buona misura. Si vive quindi il rito del "te l'avevo detto" dell'Arciere e del "in effetti, avevi ragione, pero'..." del Corridore. Davanti a una birra, tutto questo è...confortante e bello.
Una cosa però pesa moltissimo sul cuore dell'Arciere: la mancanza di una compagna. Sebbene sia assai più capace con le donne di quanto non sia il Corridore (che a ben vedere è solo stato molto fortunato), l'Arciere sconta la sua stessa natura: non può esimersi dal lanciare Strali. E, sebbene eliminino tutto uno strato di persone di scarso valore, le "critiche pungenti" e gli "attacchi polemici" di solito non dispongono molto bene coloro che vivono accanto a lui.
Però, nonostante le difficoltà, sono sicuro che un giorno troverà una donna di grande valore, che saprà anche lei dargli delle belle mazzate e che saprà amare un avventuroso pantofolaio armato di arco.
Detto questo, ho concluso. Poso la minatura dell'Arcere sul diorama vicino al Corridore, con un bel fuoco da campo e un barile di birra.
Con un cielo stellato, cosa si potrebbe chiedere di più?
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