Compagnia nel Tartaro
Il Tartaro è una metafora geografica: è un luogo, una terra, un regno. E poiché è un luogo, e i luoghi vuoti non hanno senso, il simbolismo che ho creato mi forza a metterci dentro dei personaggi, degli individui in movento con relazioni fra gli uni e gli altri e con il territorio.
I personaggi principali del mio blog sono i demoni, che inseguono i loro creatori nel Tartaro e talvolta (spesso?) assaltano il Vallo. Ma i demoni sono creature di ombra e paura, non hanno un volto e riuscire a descriverli di solito è la parte più difficile della lotta contro di loro.
Nel post precendente invece ho introdotto un essere diverso, il primo abitante del Tartaro a non essere un demone: il Corridore. Ovviamente si tratta del mio alter ego, del mio modo di vedere me stesso, impegnato in una lotta estenuante e mio malgrado incessante. Lotta spesso fine a se stessa ma mai (spero!) vana.
Bene, nei miei vagabondaggi nel Tartaro mio e altrui mi sono imbattuto in strani personaggi del mondo reale, che ho spesso e incautamente definito "amici". Quella di cui parlerò in questo post era una dolce donzella indifesa, che ha toccato il mio cuore col suo candore e con la sua tenerazza. Non si trattava di amore, ma di una profonda vicinanza di spiriti, in un reciproco e benefico scambio di empatia e attenzione.
La storia e il cuore della giovane erano tormentati ed oscuri, ma non così la sua anima: lei, pura e incompresa, non sempre innocente ma in fondo inerme contro le brutture del mondo. Io stavo per ore ad ascoltarla, usando la mia empatia e la mia sensibilità per cercare di aiutarla, sfruttando la mia conoscenza del Tartaro per combattere i suoi demoni. Io ero il suo Paladino: ai suoi occhi mi stagliavo eroico sulla mura sbrecciate del suo Vallo, guardando impavido le schiere demoniache al di fuori.
Essenza e apparenza
- Quanto hai solleticato il mio ego, donna? E quanto sono stato in grado di chiudere gli occhi al dolce suono delle tue adulazioni? Cullato nel mio senso di adorazione e di importanza, quante volte ho mi sono rifiutato di vederti per ciò che eri?
- Eppure la tua inettitudine, la tua pochezza, la tua frivolezza erano sotto i miei occhi! E io li vedevo, perché ci riflettevo già allora. Quindi come ho potuto sorprendermi della tua caduta? - Sono proprio uno stolto: sprofondato nella corazza di Paladino che TU mi avevi dato ho creduto veramente di poter fare la differenza, e il mio orgoglio ha tenuto la mia testa alta...nascondendomi il fango che saliva all'interno del tuo Vallo.
Nonostante lo sfogo, non voglio dare giudizi morali o di altro genere. Ciò che scrivo qui NON deve essere considerato uno sfogo. No, se ho deciso di scrivere questo post il motivo è per una mia pulsione didascalica, per aprire la mia mente su alcune riflessioni che riguardano potenzialmente chiunque. Per me lei è un caso emblematico: nel portare all'eccesso alcuni pessimi comportamenti, lei costituisce un monito per tutti. Nel descrivere lei, scrivo di cose che temo di incontrare un giorno nel MIO Tartaro, nei MIEI atteggiamenti e nei MIEI errori. Quindi non voglio essere giudicato come un patetico e rancoroso omucolo che si sfoga con la rassicurante e asettica interfaccia di un blog.
Tornando all'archetipo che è l'oggetto della trattazione, non descriverò la caduta della giovane: le vicende sono note ai più e comunque sono condizionate dal mio stesso coinvolgimento. Non sono privo di un mio (seppur personale) codice morale e non ho paura di dire quello che penso ma non credo di essere in grado di giudicare una persona con così gravi problemi, ben peggiori di quelli che ha provocato a me o anche a persone ben più coinvolte. Sotto al disprezzo profondo che provo, non posso che provare compassione per una creatura così.
Ora, poiché l'aspetto della "dolce pulzella" era solo un guscio, una maschera ad uso e consumo degli sciocchi (me compreso), non posso certo chiamarla così. E siccome le regole del mondo del Vallo e del Tartaro (oltre che una cerca comodità espositiva) mi impongono di darle un nome, posso ora spiegare il curioso titolo di questo post.
La ragione del termine "Ingannatrice" è piuttosto semplice da spiegare: la mia ex cara amica era molto brava a manipolare le persone, in modo da mettersi sempre nella luce migliore con il suo interlocutore, con lusinghe e soprattutto con omissioni.
Il suo era un meccanismo incoscio che un po' è comune a tutti: davanti alla propria inadeguatezza si cerca di giustificarsi, meglio se sulla base di circostanze imprescindibili e immutabili. Sono dinamiche di per sé normali, poco nobili forse, ma decisamente umane. E visto che spesso io stesso vi indulgo non posso certo condannarle a priori.
Però. Qui un però è d'obbligo: se questo meccanismo diventa un sistematico rimedio e una aprioristica consolazione per qualunque proprio fallimento, la cosa diventa la disgustosa elezione dell'inettitudie a stile di vita. [NOTA: se poi la cosa diventa cronica, secondo me si tratta di un diturbo patologico, ma visto che sono un totale ignorante in questo ambito, forse il mio è solo uno sfogo da bar].
L'essenza della fuga
Perché continui a fuggire, donna? E lo sai almeno da cosa, poi? Da te stessa! E dalla realtà. Quindi dove credi di poter andare? Credi davvero che esista un posto dove TU possa essere felice? Ma la felicità è in primo luogo una condizione interiore: se dentro di te c'è solo miseria, capriccio, egoismo, DOVE pensi di cercare?
La fuga è un'altra caratteristica dell'Ingannatrice; ma da sola la fuga non basta a giustificare il termine "Errante". Un po' di pazienza.
La fuga in primo luogo è quella dalle proprie responsabilità: basta trovare sempre una causa traumatica tale da giustificare qualunque debolezza. Se poi la giustificazione è collocata in un periodo passato, che l'interlocutore non conosce, è difficile che venga confutato. E se poi l'evento scatenante è incide su un aspetto molto delicato e raro, l'interlocutore si impietosirà e non si sentirà, per rispetto, di mettersi nei suoi panni.
Qui io non giudico: la vita è crudele e tira brutti scherzi ad alcuni mentre culla dolcemente altri. Però anche io ho avuto periodini poco felici, cose che mi hanno segnato, ma non li tiro continuamente fuori per giustificari i miei errori e le mie mancanze.
La fuga dalla realtà. Quante volte durante la ripetitiva e piatta esistenza che i più di noi conducono si indulge in qualche fantasia? A volte per lo spazio di un momento, altre per mesi e mesi, in modo innociente o morboso, leggero o ossessivo, dolce o spasmodico. Però se la vita è piatta e ci porta insoddisfazione, non possiamo perderci a sognare amori titanici, inventando prospettive entusiasmanti ed eroiche come in un romanzo rosa da due soldi. La gioia del vivere deve anche essere godere delle cose che si hanno, perché l'eroismo è per gli eroi, e ben pochi hanno la caratura morale e la forza interiore per vivere avventure epiche. E chi ha tale statura non si perde nel sognare castelli in aria per supplire al grigiore della propria vita: prende invece una latta di pittura e la colora.
La fuga dal confronto. Illudersi e convincersi di una realtà fittizia non ha nulla a che vedere con l'intelligenza. Può capitare a chiunque e l'intelligenza non aiuta. E chiunque può sentire i demoni della comprensione che premono contro le porte del Vallo che ci siamo costruiti per tenere la realtà all'esterno. Spesso, se l'illusione è abbastanza forte, non si riesce a uscirne da soli: serve l'aiuto di qualcuno che possa affrontare i demoni dall'esterno, dando loro un nome senza essere colpito dai loro artigli.
Non c'è che dire, svegliarsi è doloroso: ti pone davanti a te stesso, alle tue paure, ai tuoi fallimenti, alle tue responsabilità...insomma, davanti ai tuoi demoni. Chi è abbastanza forte, accetta di buon grado questa doccia fredda e si rialza, magari con lentezza, in modo doloroso, ma comunque affronta la realtà. Altri no. Altri si rifiutano di svegliarsi e aggrediscono chiunque ci provi, troncando ogni rapporto con scuse più o meno concrete: qualunque cosa pur di mantenere lo status quo.
La Dannazione di Zion
E qui si conclude la parabola. Ho descritto l'Inganno. Ho descritto la Fuga. Ma perché "Errante"?
Forse è solo un mio sofismo, una mia invenzione pseudo-poetica, ma penso in questo contesto di poter individuare una differenza fra "fuggire" e "errare".
Nel caso dell'Ingannatrice (e mi limiterò solo a quello) la differenza è sia nella scala temporale sia in quella geografica. La fuga avviene ogni giorno, costruendo un Vallo sempre più altro, sempre più spesso e sempre più impenetrabile: un disperato e sistamatico rifiuto della realtà che circonda l'Ingannatrice.
Tuttavia, poiché nessun sistema di difesa è impenetrabile indefinitamente, ciclicamente la nostra anti-eroina si trova ad affrontare un dilemma: affrontare i demoni o abbandonare la città? La soluzione è ovvia.
E qui si arriva al concetto di "Errare": disseminare la propria vita di rovine, Valli infranti e mai riscattati, in cui ogni volta si è morti un po' di più e da cui ogni volta ci si è allontanati prima della fine, prima della resa dei conti. E siccome il ricordo della sconfitta può bruciare, bisogna seppellirlo sotto a un rancore e a uno sdegno appositamente costruiti, in modo da poter ricorrere ancora una volta al vittimismo.
Questa è la "Dannazione di Zion": nel film Matrix la fortezza degli umani viene distrutta e ricostruita dalle macchine con ciclica precisione, ma la città successiva non serba nessun ricordo di quella precedente. Solo che a un certo punto Zion viene salvata da un vero eroe, l'Eletto, che cambia le regole del gioco e spezza la ruota karmica creata dalle macchine.
Qui però non ci sono eroi, ma solo persone. Perché questa è la vita... non la fantasia.
Il ritorno del Corridore
Un Corridore non deve cercare di fare il Paladino, non ne ha la stoffa. Lo puoi lusingare, lo puoi ingannare, ma lui è abituato a inseguire i demoni e a volte li sa riconoscere. Io ho rinnegato la mia lucente corazza prima che il Vallo crollasse del tutto. Ma visto che non amo essere preso per il deretano (culo è un po' volgare e lontano dallo stile del blog) sono passato con spirito vendicativo dalla parte dei demoni, cercando di dare la caccia all'Ingannatrice. Sfortunatamente sono stato beffato, quale stolto che sono: lei si era già costruita un'altra Zion, con altri abitanti e con un "Cavaliere senza macchia e senza paura" a tenermi lontano.
Ma io rido. E non per una sorta di vendetta dei poveri, di chi non ha la forza di ammettere la propria sconfitta. Quella è piena e assoluta, mi sono fatto prendere per il naso. No, rido perché non c'è bisogno di nessuna vendetta: chi cercherà di costruire qualcosa con l'Ingannatrice, scoprirà un bel giorno che non si doveva fidare. Provo pena per loro.
Quanto a lei... beh, mi dispiace. Io le ho voluto bene davvero, e penso che anche lei me ne abbia voluto. E ci siamo stati di conforto a vicenda, e quando ho avuto bisogno di lei c'è stata. Ma questo non cambia nulla di quel che penso di lei. La misura di una persona si ha nei momenti difficili, e lei è davvero una persona da poco.
Così, idealmente, depongo un fiore sulle macerie di un Vallo devastato che a lungo e tenacemente ho difeso, senza un reale motivo se non... l'affetto. I demoni ormai sono lontani, ci metteranno parecchio a raggiungere la loro creatrice, ma prima o poi la troveranno. Sono parte di lei, quindi come può scappare? Io non parteciperò alla caccia: fare il Vendicatore non mi piace come fare il Paladino (all'idea mi si torce lo stomaco, ma provo anche un oscuro desiderio), però è ugualmente sbagliato.
Tornerò a fare il Corridore, a inseguire i miei demoni.