lunedì 22 settembre 2008

5. L'Ingannatrice Errante

Compagnia nel Tartaro

Il Tartaro è una metafora geografica: è un luogo, una terra, un regno. E poiché è un luogo, e i luoghi vuoti non hanno senso, il simbolismo che ho creato mi forza a metterci dentro dei personaggi, degli individui in movento con relazioni fra gli uni e gli altri e con il territorio.

I personaggi principali del mio blog sono i demoni, che inseguono i loro creatori nel Tartaro e talvolta (spesso?) assaltano il Vallo. Ma i demoni sono creature di ombra e paura, non hanno un volto e riuscire a descriverli di solito è la parte più difficile della lotta contro di loro.

Nel post precendente invece ho introdotto un essere diverso, il primo abitante del Tartaro a non essere un demone: il Corridore. Ovviamente si tratta del mio alter ego, del mio modo di vedere me stesso, impegnato in una lotta estenuante e mio malgrado incessante. Lotta spesso fine a se stessa ma mai (spero!) vana.

Bene, nei miei vagabondaggi nel Tartaro mio e altrui mi sono imbattuto in strani personaggi del mondo reale, che ho spesso e incautamente definito "amici". Quella di cui parlerò in questo post era una dolce donzella indifesa, che ha toccato il mio cuore col suo candore e con la sua tenerazza. Non si trattava di amore, ma di una profonda vicinanza di spiriti, in un reciproco e benefico scambio di empatia e attenzione.

La storia e il cuore della giovane erano tormentati ed oscuri, ma non così la sua anima: lei, pura e incompresa, non sempre innocente ma in fondo inerme contro le brutture del mondo. Io stavo per ore ad ascoltarla, usando la mia empatia e la mia sensibilità per cercare di aiutarla, sfruttando la mia conoscenza del Tartaro per combattere i suoi demoni. Io ero il suo Paladino: ai suoi occhi mi stagliavo eroico sulla mura sbrecciate del suo Vallo, guardando impavido le schiere demoniache al di fuori.

Essenza e apparenza

- Quanto hai solleticato il mio ego, donna? E quanto sono stato in grado di chiudere gli occhi al dolce suono delle tue adulazioni? Cullato nel mio senso di adorazione e di importanza, quante volte ho mi sono rifiutato di vederti per ciò che eri?
- Eppure la tua inettitudine, la tua pochezza, la tua frivolezza erano sotto i miei occhi! E io li vedevo, perché ci riflettevo già allora. Quindi come ho potuto sorprendermi della tua caduta? - Sono proprio uno stolto: sprofondato nella corazza di Paladino che TU mi avevi dato ho creduto veramente di poter fare la differenza, e il mio orgoglio ha tenuto la mia testa alta...nascondendomi il fango che saliva all'interno del tuo Vallo.


Nonostante lo sfogo, non voglio dare giudizi morali o di altro genere. Ciò che scrivo qui NON deve essere considerato uno sfogo. No, se ho deciso di scrivere questo post il motivo è per una mia pulsione didascalica, per aprire la mia mente su alcune riflessioni che riguardano potenzialmente chiunque. Per me lei è un caso emblematico: nel portare all'eccesso alcuni pessimi comportamenti, lei costituisce un monito per tutti. Nel descrivere lei, scrivo di cose che temo di incontrare un giorno nel MIO Tartaro, nei MIEI atteggiamenti e nei MIEI errori. Quindi non voglio essere giudicato come un patetico e rancoroso omucolo che si sfoga con la rassicurante e asettica interfaccia di un blog.


Tornando all'archetipo che è l'oggetto della trattazione, non descriverò la caduta della giovane: le vicende sono note ai più e comunque sono condizionate dal mio stesso coinvolgimento. Non sono privo di un mio (seppur personale) codice morale e non ho paura di dire quello che penso ma non credo di essere in grado di giudicare una persona con così gravi problemi, ben peggiori di quelli che ha provocato a me o anche a persone ben più coinvolte. Sotto al disprezzo profondo che provo, non posso che provare compassione per una creatura così.

Ora, poiché l'aspetto della "dolce pulzella" era solo un guscio, una maschera ad uso e consumo degli sciocchi (me compreso), non posso certo chiamarla così. E siccome le regole del mondo del Vallo e del Tartaro (oltre che una cerca comodità espositiva) mi impongono di darle un nome, posso ora spiegare il curioso titolo di questo post.

La ragione del termine "Ingannatrice" è piuttosto semplice da spiegare: la mia ex cara amica era molto brava a manipolare le persone, in modo da mettersi sempre nella luce migliore con il suo interlocutore, con lusinghe e soprattutto con omissioni.

Il suo era un meccanismo incoscio che un po' è comune a tutti: davanti alla propria inadeguatezza si cerca di giustificarsi, meglio se sulla base di circostanze imprescindibili e immutabili. Sono dinamiche di per sé normali, poco nobili forse, ma decisamente umane. E visto che spesso io stesso vi indulgo non posso certo condannarle a priori.

Però. Qui un però è d'obbligo: se questo meccanismo diventa un sistematico rimedio e una aprioristica consolazione per qualunque proprio fallimento, la cosa diventa la disgustosa elezione dell'inettitudie a stile di vita. [NOTA: se poi la cosa diventa cronica, secondo me si tratta di un diturbo patologico, ma visto che sono un totale ignorante in questo ambito, forse il mio è solo uno sfogo da bar].

L'essenza della fuga

Perché continui a fuggire, donna? E lo sai almeno da cosa, poi? Da te stessa! E dalla realtà. Quindi dove credi di poter andare? Credi davvero che esista un posto dove TU possa essere felice? Ma la felicità è in primo luogo una condizione interiore: se dentro di te c'è solo miseria, capriccio, egoismo, DOVE pensi di cercare?

La fuga è un'altra caratteristica dell'Ingannatrice; ma da sola la fuga non basta a giustificare il termine "Errante". Un po' di pazienza.

La fuga in primo luogo è quella dalle proprie responsabilità: basta trovare sempre una causa traumatica tale da giustificare qualunque debolezza. Se poi la giustificazione è collocata in un periodo passato, che l'interlocutore non conosce, è difficile che venga confutato. E se poi l'evento scatenante è incide su un aspetto molto delicato e raro, l'interlocutore si impietosirà e non si sentirà, per rispetto, di mettersi nei suoi panni.

Qui io non giudico: la vita è crudele e tira brutti scherzi ad alcuni mentre culla dolcemente altri. Però anche io ho avuto periodini poco felici, cose che mi hanno segnato, ma non li tiro continuamente fuori per giustificari i miei errori e le mie mancanze.

La fuga dalla realtà. Quante volte durante la ripetitiva e piatta esistenza che i più di noi conducono si indulge in qualche fantasia? A volte per lo spazio di un momento, altre per mesi e mesi, in modo innociente o morboso, leggero o ossessivo, dolce o spasmodico. Però se la vita è piatta e ci porta insoddisfazione, non possiamo perderci a sognare amori titanici, inventando prospettive entusiasmanti ed eroiche come in un romanzo rosa da due soldi. La gioia del vivere deve anche essere godere delle cose che si hanno, perché l'eroismo è per gli eroi, e ben pochi hanno la caratura morale e la forza interiore per vivere avventure epiche. E chi ha tale statura non si perde nel sognare castelli in aria per supplire al grigiore della propria vita: prende invece una latta di pittura e la colora.

La fuga dal confronto. Illudersi e convincersi di una realtà fittizia non ha nulla a che vedere con l'intelligenza. Può capitare a chiunque e l'intelligenza non aiuta. E chiunque può sentire i demoni della comprensione che premono contro le porte del Vallo che ci siamo costruiti per tenere la realtà all'esterno. Spesso, se l'illusione è abbastanza forte, non si riesce a uscirne da soli: serve l'aiuto di qualcuno che possa affrontare i demoni dall'esterno, dando loro un nome senza essere colpito dai loro artigli.
Non c'è che dire, svegliarsi è doloroso: ti pone davanti a te stesso, alle tue paure, ai tuoi fallimenti, alle tue responsabilità...insomma, davanti ai tuoi demoni. Chi è abbastanza forte, accetta di buon grado questa doccia fredda e si rialza, magari con lentezza, in modo doloroso, ma comunque affronta la realtà. Altri no. Altri si rifiutano di svegliarsi e aggrediscono chiunque ci provi, troncando ogni rapporto con scuse più o meno concrete: qualunque cosa pur di mantenere lo status quo.

La Dannazione di Zion

E qui si conclude la parabola. Ho descritto l'Inganno. Ho descritto la Fuga. Ma perché "Errante"?
Forse è solo un mio sofismo, una mia invenzione pseudo-poetica, ma penso in questo contesto di poter individuare una differenza fra "fuggire" e "errare".

Nel caso dell'Ingannatrice (e mi limiterò solo a quello) la differenza è sia nella scala temporale sia in quella geografica. La fuga avviene ogni giorno, costruendo un Vallo sempre più altro, sempre più spesso e sempre più impenetrabile: un disperato e sistamatico rifiuto della realtà che circonda l'Ingannatrice.

Tuttavia, poiché nessun sistema di difesa è impenetrabile indefinitamente, ciclicamente la nostra anti-eroina si trova ad affrontare un dilemma: affrontare i demoni o abbandonare la città? La soluzione è ovvia.

E qui si arriva al concetto di "Errare": disseminare la propria vita di rovine, Valli infranti e mai riscattati, in cui ogni volta si è morti un po' di più e da cui ogni volta ci si è allontanati prima della fine, prima della resa dei conti. E siccome il ricordo della sconfitta può bruciare, bisogna seppellirlo sotto a un rancore e a uno sdegno appositamente costruiti, in modo da poter ricorrere ancora una volta al vittimismo.

Questa è la "Dannazione di Zion": nel film Matrix la fortezza degli umani viene distrutta e ricostruita dalle macchine con ciclica precisione, ma la città successiva non serba nessun ricordo di quella precedente. Solo che a un certo punto Zion viene salvata da un vero eroe, l'Eletto, che cambia le regole del gioco e spezza la ruota karmica creata dalle macchine.

Qui però non ci sono eroi, ma solo persone. Perché questa è la vita... non la fantasia.


Il ritorno del Corridore

Un Corridore non deve cercare di fare il Paladino, non ne ha la stoffa. Lo puoi lusingare, lo puoi ingannare, ma lui è abituato a inseguire i demoni e a volte li sa riconoscere. Io ho rinnegato la mia lucente corazza prima che il Vallo crollasse del tutto. Ma visto che non amo essere preso per il deretano (culo è un po' volgare e lontano dallo stile del blog) sono passato con spirito vendicativo dalla parte dei demoni, cercando di dare la caccia all'Ingannatrice. Sfortunatamente sono stato beffato, quale stolto che sono: lei si era già costruita un'altra Zion, con altri abitanti e con un "Cavaliere senza macchia e senza paura" a tenermi lontano.

Ma io rido. E non per una sorta di vendetta dei poveri, di chi non ha la forza di ammettere la propria sconfitta. Quella è piena e assoluta, mi sono fatto prendere per il naso. No, rido perché non c'è bisogno di nessuna vendetta: chi cercherà di costruire qualcosa con l'Ingannatrice, scoprirà un bel giorno che non si doveva fidare. Provo pena per loro.

Quanto a lei... beh, mi dispiace. Io le ho voluto bene davvero, e penso che anche lei me ne abbia voluto. E ci siamo stati di conforto a vicenda, e quando ho avuto bisogno di lei c'è stata. Ma questo non cambia nulla di quel che penso di lei. La misura di una persona si ha nei momenti difficili, e lei è davvero una persona da poco.

Così, idealmente, depongo un fiore sulle macerie di un Vallo devastato che a lungo e tenacemente ho difeso, senza un reale motivo se non... l'affetto. I demoni ormai sono lontani, ci metteranno parecchio a raggiungere la loro creatrice, ma prima o poi la troveranno. Sono parte di lei, quindi come può scappare? Io non parteciperò alla caccia: fare il Vendicatore non mi piace come fare il Paladino (all'idea mi si torce lo stomaco, ma provo anche un oscuro desiderio), però è ugualmente sbagliato.

Tornerò a fare il Corridore, a inseguire i miei demoni.

lunedì 8 settembre 2008

4. Il Corridore del Tartaro

Corre veloce, coperto di polvere, il corpo segnato dal Tartaro.
Non è un eroe, i suoi demoni lo inseguono, lo braccano, come sempre.
Però lui li insegue a sua volta. Li bracca. Come sempre.


Può sembrare strano, ma ci sono volte in cui mi siedo tranquillo ai margini del Tartaro: mi appoggio al muro esterno del Vallo, godendomi il sole, osservando il paesaggio che si stende davanti a me. Il Tartaro è nella migliore delle ipotesi un luogo poco piacevole, ma dopo averci vagato in lungo e in largo per anni devo ammettere di sentirmi...a casa.

Io sono una persona molto complessa e contorta, non ho alcun dubbio su questo. Chiunque mi abbia conosciuto un po' meglio può confermarlo. Sotto alla superficie di ragazzo ordinato e inquadrato, ci sono una mente tortuosa, una lingua affilata, un cinismo da competizione. La placida superficie visibile non è una posa, è semplicemente il mio stato di riposo, che ho coltivato in anni di lotte interiori e duri vagabondaggi nel Tartaro.

Tutte le lotte assurde che ho fatto con me stesso mi hanno segnato: nell'anima ho un sacco di cicatrici, molte a causa di miei errori, altre semplicemente dovute alla mia natura. "Introspettivo" sono stato definito tante volte. E ho perso il conto delle volte in cui mi sono sentito squassato da passioni fortissime, contraddittorie e spesso prive di senso, ma non per questo meno reali o dolorose.

Durante l'adolescenza e anche oltre ho visto questo aspetto della mia natura come una vera maledizione. Ho passato anni solitari a interrogarmi su me stesso, ho lottato contro demoni perversi, con un senso di totale estraneità al mondo che mi circondava: orgoglioso della mia diversità ma potentemente, a volte disperatamente incompreso. Per molti versi si può dire che a una certa età fossi più impegnato a vagare nel Tartaro che nel mondo reale...non a caso in quegli anni non mi sono fatto alcun amico.

Con il tempo sono migliorato, ma il vero salto di qualità è stato fidanzarmi con una ragazza meravigliosa. Lei è riuscita a darmi quella stabilità, quella tranquillità che mi hanno permesso di mettere a posto molti conti aperti con me stesso: ho limato spigoli, ho colmato voragini, ho stipulato tregue con demoni vecchi di anni.

La (relativa e provvisoria) tranquillità degli ultimi anni mi ha permesso di crescere in direzioni diverse, arrivando un'inattesa comprensione: la mia controrsione mentale non è solo una maledizione, è anche un dono. Dopo essermi trascinato nel mio perverso e ipertrofico Tartaro, muovermi in quello degli altri è diventato...sorprendentemente semplice. Questo mi permette di ascoltare i problemi degli altri senza alcun peso, di intuire la radice del loro tormento e di descriverla con immagini e simboli.

In questo periodo mi sto interrogando spesso sulla natura e sulla bontà di questo dono. Se ricordo le cose che ho provato, se penso alle persone che nei momenti bui mi sono state vicine, sento un potente desiderio di raggiungere le persone che soffrono. Questo è un po' il senso di questo blog, in fondo.

Questo concetto deve essere approfondito, ma devo meditarci sopra ancora un po'. Questo è un po' un capitolo autobiografico e un po' un preludio, un'introduzione.

giovedì 4 settembre 2008

3. Tartaro e Vallo

Quanto mi sono care le metafore e le similitudini. Ragionare per immagini mi è sempre stato facile, ne sono totalmente assuefatto, tanto da risultare spesso piuttosto stravagante.

Ho preso due concetti astratti tratti dal mondo dell'incoscio e ho dato loro una forma: un muro e una terra inesplorata. Trovato il simbolo, ho aggiunto i nomi, prendendoli dalla storia e dalla mitologia. Il nome è importante quando l'immagine: permea la similitude, le dà armonia, racchiude in una parola un concetto, una situazione, un mondo intero.

Spesso gli elementi delle similitudini sono definiti in rapporto gli uni agli altri: non solo voglio rappresentare CONCETTI diversi, ma voglio evidenziare le RELAZIONI fra essi.

Tartaro e Vallo sono in un evidente rapporto dualistico, in cui l'uno ha poco senso senza l'altro. Riflettendo su questi due comodi, banali e accademici simboli, mi sono accorto di quanto complesso sia il rapporto che lega l'uno all'altro.

All'inizio, implicitamente, vedevo il Vallo come la difesa dell'io razionale, la sicurezza del pensiero, il fortino dei 'buoni' contro i demoni malvagi dell'inconscio. Fissando questa immagine come una cartolina, come la schematizzazione di una condizione immutabile, viene istinstivo collocarsi all'interno del fortino, al sicuro al di qua del Vallo. E diventa facile pensare ai demoni del Tartaro come a un nemico da cui difendersi, contro cui lottare: idee, sensazioni ed emozioni dolorose che cercano di penetrare il Vallo per colpirci e farci soffrire.

Bene, questa è l'essenza, la vera natura del Vallo: quella di difendere le convinzioni che abbiamo conquistato, l'idea che ci siamo fatti di noi stessi, la meta, la salvezza e la sicurezza di un traguardo raggiunto. Il Vallo è l'essenza della stabilità e della staticità. Non a caso è un muro.

Cosa accade però se si guardano in prospettiva la propria vita e il proprio passato? Beh, io vedo che i più grandi traguardi, le più grandi crescite personali e morali le ho conquistate quando il Vallo è crollato, quando il Tartaro ha reclamato la sua centralità, sbattendomi in faccia i miei errori, la mia arroganza e la mia inadeguatezza.

A posteriori vedo che senza il mio tormento, le mie notti insonni e le lunge introspezioni non sarei ciò che sono adesso. E ho cominciato a capire che se i demoni premono contro le porte, a volte sono un esercito di liberazione che cerca di abbattere vuote certezze, false sicurezze e gabbie mentali.



Collocandosi allo zenit, guardando dall'alto, ci si accorge che le regioni separate dal Vallo sono due parti la stessa cosa: la nostra mente. Il limite del Vallo separa semplicemente quello che siamo disposti ad accettare e credere da tutto il resto. Quindi più alte, più forti e impenetrabili costruiamo le nostre difese, meno conosciamo noi stessi. Spesso ho osservato che molte fra le persone più sicure, più intrepide, più spaccone sono in realtà quelle che sotto sotto sono anche più fragili. Ostentano una sicurezza che non hanno, vivono barricari dietro a muri alti ma sottili e quando la realtà fa breccia nella loro vita, crollano miseramente.


Bene, concludo qui questa dissertazione sul Vallo e sul Tartaro. Colui che è veramente forte, veramente saggio, non ha bisogno di separarli, ma è in grado di abbracciare la pienezza del suo essere, di guardare le proprie paure e i propri difetti, nel tentativo di migliorare se stesso o quanto meno cercando di non nuocere ad altri.

Sinceramente, dubito di essere forte e saggio e dubito di diventarlo mai. Però cercherò di esplorare il mio Tartaro, aprire le porte del mio Vallo, ascoltare me stesso e le persone che mi circondano. E proprio per loro, per le persone che amo e che soffrono persi nel loro Tartaro, accenderò fuochi di segnalazione e andrò a cercarli.

Nessuno di loro è solo: ci sono io. E chi non è solo, non è veramente perso.

mercoledì 3 settembre 2008

2. Il vaso di Pandora

Nel Tartaro ci sono molti luoghi oscuri, in cui giacciono cose di noi che non immaginiamo nemmeno.
Se ne stanno lì, acquattate, sepolte, sopite, dimenticate, rimosse o, semplicemente, in attesa.

Non sono tutte brutte...io però ne ho scoperta una orribile: la crudeltà.

Ad alcuni i fatti sono noti, ma in questo luogo non sono così importanti. Racconto solo che sono stato tradito nella più profonda (e a tratti morbosa) delle amicizie e che la reazione è stata...deflagrante.

Colpe? Responsabilità? tante da ambo le parti.
Ma a causa del dolore e della delusione, ho cominciato a dire alla persona che ha provocato tutto questo una serie di cose orribili, scavando nelle sue paure e nelle sue insicurezze, colpendo senza pietà o ritegno tutti i punti più sensibili. Essendo stato il suo confidente per un bel pezzo, non mi è stato difficile.

La cosa più brutta, però, è che vomitare odio e fare del male mi è piaciuto. Un piacere empio, amaro, profondamente cattivo, ma pur sempre una sensazione esaltante.

Pentito? Neanche un po'. Nella stessa situazione, rifarei la stessa cosa, pronuncerei le stesse frasi.

Solo che, alla distanza, mi rendo conto che ho perso qualcosa di me. L'odio che è fluito dentro di me mi ha nutrito...ma alla fine mi ha anche marchiato, contaminato, divorando un pezzo del mio cuore.

Ora sono più cattivo, più amaro... e non mi piace. Ma ormai il Vaso di Pandora è stato aperto: il mio odio vaga per il Tartaro e non posso più rispedirlo dov'era. Ora ci vuole coraggio: devo andare nel Tartaro e ritrovare la radice dolce e affettuosa del mio essere, affrontando il rancore che mi logora.

Un compito duro e complesso, non c'è che dire. Ma il primo passo da fare, come sempre, è guardare avanti, lasciandosi alle spalle le mura del Vallo.

1. I primi passi oltre il Vallo

Questo è un blog brutto. Niente decorazioni, niente facezie.

Questo è un blog di pensieri... cupi o allegri, si vedrà col tempo.

Questo è un blog di riflessioni: spesso ho notato che, quando un pensiero ti frulla nella testa, ti rimbalza nel cranio, ti scava nelle viscere, ti crea un vuoto allo stomaco, metterlo per iscritto aiuta.

Questo è un blog di ascolto e di aiuto: se qualcosa vi tormenta, scrivetelo. O scrivetemi: il mio indirizzo è oltre.il.vallo@gmail.com. (per inciso: si possono scrivere commenti riservati? non sono molto esperto :D )

Perché "Oltre il Vallo"? L'idea me l'ha data una rubrica di geopolitica, "Oltre il Limes". A dire il vero, l'ho aperta poche volte, ma qui la geopolitica non c'entra.

Nella mia mente (bacata?) il Vallo è l'insieme delle nostre difese, che erigiamo contro gli altri e soprattutto contro noi stessi.
Barriere così altre, così dure, così acuminate che a volte ci impediscono di affrontare davvero le nostre paure, i nostri blocchi, le nostre seghe mentali.

Ecco, andare oltre il Vallo significa cercare di guardare nel profondo di noi stessi, dove ci sono le cose che odiamo di noi, che ci fanno paura, che ci disgustano.

L'immagine romantica e un po' patinata che mi viene in mente, è quella di uno che ha aperto la porta del Vallo... e guarda il territorio selvaggio e inesplorato che si stende al di là: il Tartaro.

Il senso del Vallo, però è che non sei sempre solo. Lo puoi essere quando ti inoltri nel Tartaro, ma non sempre. Sulle mura del Vallo, c'è chi accende luci di speranza. O quanto meno, di orientamento.