Maledetti demoni, lo sanno. Si divertono, ridono persino, i bastardi. Sono mesi che mi danno la caccia, che mi braccano...e riescono sempre a prendermi. Ogni volta fuggo, forse sono loro che mi fanno fuggire, ma non ha importanza: prima o poi ritorno sui miei passi, cosicché non sono loro a trovarmi. Mi butto direttamente nelle loro braccia.
Avete vinto, bastardi aguzzini, luridi parti della mia mente. Avete vinto, miei accusatori, miei giudici, miei testimoni.
E visto che voi siete parte di me, abbiamo vinto: abbiamo abbattuto il Vallo! Onore e gloria ai vincitori!
E visto che ero sempre io a difendere il Vallo... misero me e dannati i miei ceppi, condotto in catene dietro il carro delle vittoria.
Alla fine non c'é scampo da se stessi, e così... scrivo.
La Città Perduta
Rimpianto. Per l'effimera ed illusoria gioia passata, causa prima del mio sconforto.
Dolore. Per la forza delle mie passioni, per il peso dell'odio e del rancore, ma soprattuto per l'infinito senso di perdita.
Rabbia. Contro me stesso e chi mi ha fatto soffrire, colei che ha aperto il "Vaso di Pandora", come ho raccontato in uno dei primi post.
Violenza. Nella vita reale la violenza mi fa una paura incredibile, eppure c'è un angolo del mio Tartaro che ne è permeato.
E infine ancora Rimpianto. Nel pensare all'amore divenuto odio, alla dolcezza perduta, agli errori commessi, alla pena provata, al dolore inflitto.
Questo è un ciclo, non c'e' soluzione di continuità. O forse più che un ciclo è una spirale, visto che a ogni iterazione perde un po' del suo slancio. Eppure non smette di fare male, anche se ormai è un dolore sordo, un vento caldo e arido che spazza questo angolo desolato del mio Tartaro. Un insulso refolo di brezza mortale spazza la polvere e la cenere, ormai ormai uniche e ultime spoglie della gloriosa città che qui sorgeva. Nulla rimane del gigantismo verticale che avevo espresso in torri gloriose, alte centinaia di metri, sormontate da giardini pensili di una mentale Babilonia...
Perché mai ho costruito questa città?
La domanda è mal posta. Non "perché", ma "per chi", è già piu' corretto, ma non so dire se l'accezione giusta sia "a favore di chi" o "a causa di chi"... probabilmente entrambe.
Forse ancora più interessante è sapere con cosa fosse stata edificata la città. Ebbene, potrei usare una miriade di termini, tanti quanto puo' offrirne una lingua ricca e diversificata come l'italiano, tanti quanti la mia paura, la mia vergogna, il mio rimorso potrebbe scovarne nel mio vocabolario per nascondere una verità semplice e terrificante. Per esempio, potrei usare: amicizia, affetto, adorazione, tenerezza...
Tutto vero, per carità. Ma i miei demoni non si sono mai accontentati, mi hanno assalito, catturato, trascinato, immobilizzato e torturato, finché non mi hanno costretto a scagliare quell'unica freccia, quello strale di comprensione che per potenza e deflagrazione sembrava essere stato rubato all'Arciere.
E mi hanno costretto a tirarlo in una verticale perfetta e in totale assenza di vento, uno zenit di morte che non ha potuto non inchiodarmi al suolo.
"Amore" è la parola che cercavo e non ho avuto il coraggio di usare per tanto tempo. Ma nel momento in cui ho temuto di poter avere amato una persona diversa dalla mia splendida fidanzata, ho altresì capito che non era vero e che non era neanche possibile. "Amore" è una parola senza senso perché ha troppi significati, troppe sfumature: si può applicare a troppi casi. Ma nel contempo, se anche ho provato un sentimento sbagliato, inopportuno, improprio, non riesco a vergognarmene FINO IN FONDO. Mi vergogno, quello sì, del modo morboso, ossessivo, oppressivo in cui si è manifestato, mi vergogno di non aver nuociuto alla persona che ne era oggetto. Ma non provo rimorso nell'aver provato un'emozione di fondo così bella, positiva, calorosa, un dono che per me è sempre prezioso in un mondo così brutto, pieno di odio e di egoismo.
Se sono colpevole di aver amato, in una qualunque accezione... sono fiero del mio reato e non temo il giudizio. E per le male azioni che ho compiuto, ho chiesto scusa più è più volte e sarei stato pronto a CERCARE di porvi rimedio. Per quanto sia ingegnere fino al midollo, so bene che non tutti i problemi fra due persone hanno una soluzione. Ma penso che due persone che si vogliono bene debbano AFFRONTARE un problema che li divide, se non altro perché un legame d'affetto è prezioso.
E qui sta l'orgine dell'ira funesta che ha devastato la sopra menzionata e turrita città. Chi l'ha distrutta? Colei che ha eretto l'opera muraria che è oggetto di questo post? No. Sono stato IO a distruggere la città. Avvolto in una fiamma piu' calda del sole, il Corridore si è aggirato per le vie, per le corti, per i quartieri incendiando tutto, tutto, tutto. Ho liquefatto statue, ho fatto esplodere edifici, ho annientato ciò che amavo in un vomito di odio e adrenalina che ha fatto fuggire inorridita Colei.
In quella sera di quasi 9 mesi fa, Colei aprì il Vaso di Pandora descritto nel secondo post di questo blog. Ricordo che mi chiese se fossi impazzito. Ricordo che mi disse che non si dovrebbero dire cose di cui ci si pente. Sbagliato. Non mi sono mai pentito di quello che lo ho detto e anzi, mi dispiace non avergliene dette di più.
In quel momento d'ira assoluta non compresi la gravità di ciò che aveva fatto, una cosa tale da farmi reagire in modo davvero...inusuale per la mia persona. Mi ci volle molto per capire che in realta' mi aveva spezzato il cuore. E se molte volte, dopo quella sera, ho provato ostinatamente e dolorosamente a cercare di porre rimedio alla situazione, non ho mai ritrattato le mie parole originali. Semplicemente, l'ho imporata di convincermi di essermi sbagliato.
Purtroppo mi sono scontrato con l'unica difesa che lei potesse davvero oppormi. Conoscendo bene lei e le sue paure, nella furia avevo potuto i suoi punti deboli, lanciare i miei demoni nei punti sguarniti del suo Vallo. Se fossi riuscito ad avvicinarmi a lei, l'avrei fatta a pezzi, l'avrei spogliata della sua ridicola e fasulla armatura e l'avrei lasciata nuda nella cupa e gelida desolazione del suo cuore ghiacciato. Ma nel sezionarla, avrei sempre cercato la persona a cui avevo voluto così bene, perché scorprirla così vuota... mi infliggeva un dolore indicibile.
Eppure ha trovato il modo di opporsi a me: semplicemente, come i bambini, mi ha negato un confronto, innalzando un muro di rifiuto così alto e solido che non sono mai riuscito ad abbatterlo. La massima semplicità di un interdetto totale ha annullato le mie sofisticare e acuminate argomentazioni. E nel momento in cui non sono piu' riuscito ad avanzare, i miei demoni mi hanno raggiunto per farmi pagare un po' di conti con me stesso.
Così ho cominciato a soffrire. Tanto, tantissimo. Quasi come se lei mi avesse lasciato. E i miei demoni mi deridevano mentre mi incatenavano alla roccia, con frasi di scherno: "perché ti contorci dal dolore?", "in fondo era solo un'amica, no?", "non ti ha mai voluto bene!", "ti ha usato e poi ti ha buttato via!".
Come un novello Prometeo, sono stato fatto a pezzi dalle fiere giorno dopo giorno, in un tormento infinito. Ma a differenza dell'eroe, io non avevo rubato il fuoco per donarlo agli uomini e alleviare le loro pene. Lo avevo usato per distruggere, per portare sofferenza e per sfogare il mio rancore e la mia delusione.
Così è iniziato il mio calvario, il mio penoso incedere con un pesante fardello non verso un Golgota, ma nell'imperituro e vano vagabondare, seguendo il tracciato del Muro Assoluto.
Il Muro Assoluto
Nel mio Tartaro sono io che do forma alle cose, l'ho gia' spiegato. Il confine fra il mio Tarataro e quello di Colei è segnato da una nera muraglia di ossidiana, da un'orizzonte all'altro di questa landa desolata puntellata di macerie e crateri. Il calore è abbacinante: la testa si piega sotto il sole spietato. Il sudore arriva a mala pena al suolo prima di evaporare. Io l'ho percorso in lungo e in largo, per cercare un varco, per ottenere risposte che mi aiutassero a capire, a combattere i miei demoni.
Nulla.
Ho gridato, ho insultato, ho detto cose terribili, taglienti. Ho alzato muri di fuoco, ho evocato saette.
Nulla.
Ho chiesto. Ho strisciato. Ho usato parole dolci, gentili. Ho aperto il mio cuore, mi sono esposto come non mai.
Nulla.
Oh, qualche spiraglio si è aperto. Ma ciò che usciva aveva sempre un aspetto così minaccioso, così irritante e incomprensibile... che ogni volta cercavo di sfuttare il piccolo varco per far passare l'odio e le armi. In quello ho sbagliato, alla fine ci ho solo rimesso allontanando la fine del mio tormento.
Ho lottato. Ho combattuto con un'ostinazione che va bel oltre la speranza e che affonda piu' propriamente nella psicosi. In una sorta di ossessione tripolare ho alternato fasi tenere, tristi e irose. I miei occhi sono sempre rimasti asciutti nel mondo reale, ma nel Tartaro fiumi di lacrime hanno innondato il mio volto. Ho pianto col viso appoggiato al Muro. Mi sono lanciato di corsa contro il Muro stesso, sperando che l'essere pronto al sacrificio mi esentasse da esso, nell'ultimo glorioso momento. Mi sono rotto i denti, in questo modo. L'ossidiana è dura, senza ombra di dubbio. E nella nebbia rossa di sangue che seguiva questi miei stupidi tentativi, il fuoco della furia mi pervadeva, portandomi di nuovo alla fase violenta.
Col tempo e con lo straziante "aiuto" dei miei demoni, sono riuscito a fare alcune importanti ammissioni, a porre alcune domande giuste a cui alla fine ho avuto risposta. Alla lunga, il sollievo si è fatto strada, grazie a piccole risposte e tanta tanta rassegnazione.
Alla fine, ho deciso di credere alla verità che avevo dedotto, per quanto brutta e squallida sia. Per quanto io stesso non sappia quanto esserne convinto, ho deciso che sono stato preso in giro da una persona che non mi ha mai voluto bene davvero, che mi ha usato quando le ero utile, che non ha saputo perdonarmi un errore grave ma non mortale, che mi ha buttato via con disprezzo. E che non ha voluto dirmi certe cose guardandomi negli occhi.
Il bello è che non sono davvero SICURO che questo sia vero. Forse non voglio crederci fino in fondo, forse non voglio cullarmi in una versione dei fatti che mi vede troppo vittima e troppo poco colpevole. Però penso che se una persona viene accusata ingiustamente di qualcosa, non possa rimanere inerte...a meno di non curarsi mimimanente dell'opinione altrui. O di sapere di essere nel torto.
Il Frammento e i Moai Guardiani
Accettazione, rassegnazione, resa. Questo dipingono le mie parole. Eppure. Eppure non riesco a mettere la parola FINE a questo tormento. Ormai non è neanche piu' tale, è solo una piccola ossessione, una cosa non strana nè infrequente nella mia vita. Ma cosa mi spinge a non voltarmi indietro e non abbandonare per sempre questa regione del mio Tartaro?
La risposta è semplice e nel contempo incredibile: dall'altra parte del Muro c'e' una parte di me, un Frammento del mio cuore che Colei aveva in pegno e che è rimasto dall'altra parte quando il Muro è stato eretto. Il fatto che questo Frammento sia isolato da me forse non è un male: forse questa divisione mi impedirà di commettere di nuovo certi errori. Ne dubito...ma vado avanti ugualmente. Il punto è che in realtà io rivoglio quella parte di me, e l'unica persona che possa restituirmela è nel contempo l'unica che potrebbe abbattere il Muro. E non lo farà, non tanto presto almeno, perché sa che io la aspetto con uncini infuocati, con un odio che ormai si nutre piu' di se stesso che dell'offesa o persino del ricordo di essa.
Che fare dunque? Niente. Il bello di averle provate tutte è che alla fine non sai più cosa fare. L'iniziativa non spetta piu' a me.
Lungo il Muro sto costruendo un nuovo esercito, meno minaccioso e violento: una schiera di Moai Guardiani, coi loro volti di pietra rivolti verso il Muro in attesa di un minimo cambiamento.
E aspetterò. Quello posso farlo, in fondo non ho scelta. Aspetterò un segno o semplicemente il gelo dell'oblio, quando tutto questo non avrà piu' importanza. Quando cioè il sole tramonterà su questo angolo di Tartaro, il freddo del cuore di Colei che ha eretto il Muro Assoluto oltrepasserà l'ossidiana: quel giorno si congeleranno le lacrime (le mie lacrime!) sui visi dei Moai, spaccando i volti di pietra e ponendo un termine alla loro Guardia.
L'impagabile sensazione di non essere solo
Penso che quel giorno sia ancora abbastanza lontano. Per ora mi trascino a sedere su un masso frantumato, contemplando il Muro Assoluto. Ho smesso di assillare Colei, ormai la mia bramosia di risposte è placata. Sento ancora i morsi dei ferri di tortura che i miei demoni hanno premurosamente usato sulle mie carni, ma ormai sono convalescente. Non posso dirmi coraggioso, non ho avuto scelta. Però penso di uscire da questa esperienza decisamente arricchito: ho guardato dentro di me più a fondo di quanto non facessi da anni, ho capito molte cose e ho visto molti aspetti deteriori del mio essere.
Prima di concludere questo sfilacciato e tormentato post, devo assolutamente ringraziare le persone che piu' mi hanno aiutato in questo difficile periodo, che hanno acceso i falò di segnalazione che mi hanno permesso di non pedermi nel Tartaro, che mi hanno portato acqua, conforto, affetto.
Molti mi hanno aiutato, in diverse misure. L'Arciere è sempre stato al mio fianco, se non con tante parole con la sua saggezza, per fortuna non trasmessa sulla punta dei suoi strali. La Dama del Vallo Infranto, con il suo buon senso, la sua esperienza e le sue domande dirette al punto giusto: mai con cattiveria ma sempre con precisione. Una mia amica carissima, che non ha un'immagine nel Tartaro ma che mi ha sempre ascoltato con infinita pazienza e non mi ha mai lasciato solo. E infine alla mia splendida e amatissima fidanzata, che inspiegabilmente non mi ha cacciato dalla sua vita a pedate ma anzi ha saputo guardare oltre l'apparenza e mi ha confortato tantissimo.
Io sono circondato di persone meravigliose e di questo sono grato alla sorte come solo un povero mortale può essere.
Infine, personificando una cosa inanimata e immateriale che non è altro che una prioezione di me stesso, rivolgo un piccolo ringraziamento al mio blog. Devo ammettere piano piano sta diventando una cosa davvero...importante. Almeno per me.