Rendiamo lode a te, nostro creatore,
per averci reso ciò che siamo,
per il potere che ci hai dato su di te,
per concederci di divorare le tue carni.
Abbiamo dormito per anni,
soggiogati dal potere dell'Albero,
ma mai sconfitti, mai realmente affrontati.
E ora che l'Albero è morto
e che tu sei di nuovo da solo,
siamo qui per la resa dei conti.
Ora che l'oscurità è scesa,
ora che il ghiaccio ricopre il Tartaro,
non puoi più nasconderti: sei nostro.
(Il Canto dei Prigioni)
per averci reso ciò che siamo,
per il potere che ci hai dato su di te,
per concederci di divorare le tue carni.
Abbiamo dormito per anni,
soggiogati dal potere dell'Albero,
ma mai sconfitti, mai realmente affrontati.
E ora che l'Albero è morto
e che tu sei di nuovo da solo,
siamo qui per la resa dei conti.
Ora che l'oscurità è scesa,
ora che il ghiaccio ricopre il Tartaro,
non puoi più nasconderti: sei nostro.
(Il Canto dei Prigioni)
Cari Prigioni. Demoni antichi, invero. Anzi: Protodemon: la loro forma non è definita, ma melliflua e appena abbozzata. Non hanno artigli o membra e non ne hanno bisogno. Mi spingono, mi imprigionano con la mera forza del loro peso. E li ho creati io. Loro sono me, sono le questioni irrisolte che l'amore dell'Albero aveva messo a tacere. Momentaneamente. E ora che sul Tartaro è sceso il Gelo, non ho più scampo. Meglio. Penso che questa sia una sorta di resa dei conti, anche se è davvero dura.
Di quel che ho trovato oltre le Montagne.
Nell'ultimo post ho scelto una chiusura cinematografica, una dissolvenza su di me che mi arrampico su una montagna erta ma abbordabile. Un messaggio di speranza, insomma: un bel paesaggio, una musica dolce e confortante, titoli di coda...
Cos'ho trovato al di là delle montagne? una pianura, vuota e scoperta, ma non desolata. Non a quel tempo, almeno.
Nella confusione e nell'euforia del momento, mi sono messo ad inseguire una Fata, la chiamerei la Regina delle Farfalle. Mi ha fatto battere il cuore e lo fa ancora, ma non posso raggiungerla: appartiene a un altro mondo... e a qualcun altro. Io sono un Corridore, non posso volare. E ho commesso tanti errori.
Poi ho conosciuto la Signora del Labirinto e ne sono stato subito attratto. Un mix di sensibilità, empatia, dolore a cui non ho saputo resistere. E da bravo Paladino del Cazzo, nel Labirinto mi sono perso e per uscirne ho dovuto sfondare i muri. A viva forza.
Della Signora del Labirinto, del male che le ho fatto e di quello che lei ha fatto a me dovrei parlare, ma è troppo presto.
Passate le montagne, per tutto il tempo ho sentito il Gelo incalzare e scioccamente sono corso verso Sud anziché affrontarlo. Ma a cavallo del vento freddo vedevo i Prigioni pronti a prendermi e sono stato debole. Ho cercato la via più facile: la fuga, il potermi riparare nel Labirinto.
Ma nel Labitinto c'é solo dolore: lì ho perso la mia gioia di vivere, la felicità, la speranza. E quando sono uscito, mi sono ritrovato in mezzo al Ghiaccio.
L'Era Glaciale
Cos'è l'Era Glaciale? In climatologia è un generale raffreddamento del pianeta ma nell'immaginario collettivo una sorta di apocalisse di morte per freddo. Il che è semplicemente ridicolo: perché se nella nostra bella Europa zampettavano i Mammuth e i ghiacciai la facevano da padroni, in alte zone del pianeta la vita cresceva e prosperava. Ciò che noi associamo per antonomasia al Deserto, il Sahara, porta ancora immagini rupestri della vita di una lussureggiate savana.
Quel che è successo nel Tartaro è questo: la felicità e il benessere non sono spariti per sempre, ma sono stati spinti lontano da forze primigenee e cicliche. Sono lontani da me, mentro io sono rimato bloccato nel ghiaccio, in una pianura gelata senza luce, senza speranza. Da solo, se non con la compagnia del vento, che mi urla in faccia le mie colpe, che mi umilia con la sua forza inesorabile, che mi separa dalle parole di conforto che le persone care mi mandano assordandomi con il suo fischio malefico.
Solo! Solo! Solo! Solo! Solo!
Questo mi urlano i Prigioni che mi camminano accanto irridendomi. Solo, ed è così che mi sento. Ho molte persone che mi vogliono bene, ma nel mio cuore sono solo. Perché non voglio che nessuno a cui tengo abbia a che fare con questo tipo di sofferenza. E' troppo, persino da descrivere. Ma soprattutto da sopportare per chi non lo viva. Non sarebbe giusto. Forse dovrei rivolgermi a uno specialista, uno strizzacervelli avrebbe secoli di lavoro davanti se mi aprisse il cranio. Ma non sono ancora pronto per quello.
E quindi mi isolo, per proteggere gli altri, perché i miei amici non scontino la mia pena. Che è solo mia. Solo. Per scelta, oltre che per il fato.
Golgota Inverso
Voragini e crepacci, sono tutto ciò che allieta la monotonia del Ghiaccio. E io mi sono avvicinato all'orlo dell'abisso, tentato dalla sua profondità e dalle verità celate al suo interno, ma comunque troppo spaventato per saltare.
E' curiso come alla fine siano stati dei miei amici (anzi, ex-amici) a buttarmici dentro. Non con cattiveria o proposito, ma semplicemente per incuria e leggerezza. Mi hanno spezzato il cuore e sono riusciti a trasformare un brutto periodo in un dei periodo peggiori della mia esistenza. Ma per quanto amaro sia, spezzare l'ultima cima permette alla nave di prendere il largo...il fatto che navighi in un lago di dolore e disperazione è solo un insignificante dettaglio.
E' grazioso il mio abisso. Non è una sottile crepa ma un bel cratere circolare. Una sorta di scodella in cui ho iniziato il processo di morte e rinascita della mia anima. E sì, perché ciclicamente bisogna cambiare pelle, mutare, avviare una metamorfosi. Quando finisco una fase della mia vita, devo trovare una nuova forma. Il fatto che per cambiare forma le mie ossa debbano essere fatte in briciole è solo un altro insignificante dettaglio implementativo, in gergo informatico la si definirebbe una technicality.
Così sono qua, nel mio Golgota personale, ad aspettare di morire e di rinascere. E qui la metafora si fa più originale, portando a una dissociazione dualistica della mia immagine personale.
Da un lato il Vecchio Corridore morente, non inchiodato a due tavole messe in croce ma impalato su decine di piccole stagmiti di ghiaccio. Un letto di agonia degno di un fachiro maldestro, su cui sono caduto precipitando dall'orlo del baratro.
Dall'altro lato un Nuovo Corridore, ancora viscido, molle e malfermo sulle gambe. E' troppo debole per stare in piedi e trema per il freddo a cui non è abituato, non ha la pelle dura del Vecchio. Il Nuovo Corridore si scalda con un piccolo fuoco di preziosi rametti, costituiti dalle parole gentili delle persone care e amiche, da pochi piccoli piaceri e dalla pura e semplice ostinazione. Ogni tanto si avvicina al Vecchio Corridore, gli stringe la mano, lo conforta con qualche parola e ne beve il sangue colato sulle stalagmiti. La forza vitale non va sprecata, l'eredità deve essere raccolta.
Il Vecchio Corridore soffre e sente la sua esistenza prossima alla fine ma continua a lottare. Si agita e peggiora la situazione, mentre le stalagmiti lo squarciano più a fondo. L'ironia del destino fa sì che a volte emergano altri strali di ghiaccio, pronti a mordere qualche angolo di carne temporaneamente scampato al macello. Ma poco importa, il dolore è un'abitudine ormai.
Qui sono e qui voglio stare, posto che comunque non saprei bene come fare ad andarmene. Non me ne andrò finché il Nuovo Corridore non sarà abbastanza forte.
La mia vera battaglia è riuscire ad amare me stesso almeno un po', senza dover dipendere dall'amore degli altri. L'odio che provo nei miei confronti è un osso duro, sarebbe il capo dei miei Prigioni se non ci fosse il Disprezzo a batterlo.
Per troppo tempo ho lasciato che fosse qualcun altro ad amare me, ma ora devo fare da solo: questa è la vera partita.
Vorrei solo sapere da dove cominciare.
Qui concludo questo post. Mi siedo e aspetto che mi venga un'idea. Nel frattempo, sono curioso di vedere se qualcuna delle mie teorie è valida. Chissà che qualcuno dei furbacchioni che sono rimasti là sopra non venga a farmi compagnia nell'Abisso. I demoni chiedono sempre pegno.
Vi ringrazio figli miei
per la vostra devozione
balleremo insieme
nella fredda e oscura notte.
Sono vostro, senza difese
ma voi siete miei
e io non mi arrendo.
(Il Canto dei Prigioni)
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