Non sono più in una Landa Ghiacciata. L'Era Glaciale è finita.
Ora cammino in un Deserto di Pietra, arido e affascinante. Talvolta la mia ansia erutta dal terreno, ma è un processo liberatorio. Tanti piccoli scatti di una serratura, tante tessere di un puzzle che vanno a posto.
L'ansia passa nel momento in cui abbraccio appieno le mie sensazioni e me ne lascio pervadere. Nel momento in cui le accetto e riesco a guardare nel loro cuore più profondo. Non le fuggo più... e nel contempo non ho più bisogno di Correre, non devo più scagliarmi violentemente contro di loro. Lascio che siano loro a venire da me.
La mia narrazione si fa via via più sfilacciata, meno lineare. Nella corsa si possono fare mille curve, mille pieghe contorte, ma alla fine si traccia una linea: una sequenza di passi uno dopo l'altro. Ora invece sfrutto una dote del Cercatore: la ricerca non è necessariamente un processo sequenziale, ma multifasico, interlacciato. La ricerca non punta ossessivamente un obiettivo... lascia che sia l'obiettivo a raggiungermi. Dall'incoscio all'io coscente.
A volte il modo migliore di raggiungere un obiettivo è smettere di perseguirlo.
Ora vedo i miei pensieri come cristalli in un reticolo asimmetrico eppure ordinato, li uni connessi agli altri da tele di ragno umide di rugiada. E in ogni goccia d'acqua, vedo riflessi tutti i cristalli, all'infinito.
A volte il modo migliore per godersi la bellezza di qualcosa è semplicemente stare a guardare, senza cercare di capire perché ci piaccia.
Sento che la mia narrazione diventa onirica, meno razionale. E me ne compiaccio. Sarei tentato di partire a raccontare dalla fine, ma farò uno sforzo e manterrò l'ordine cronologico.
Il Pozzo e la Torre
Riprendo la narrazione dove l'ho lasciata al post 13, prima di lanciarmi in un'ode autocelebrativa del mio coraggio e della mia audacia (scherzo, si leggano le parole in corsivo rispettivamente come ostinazione e disperazione).
Ero intrappolato per mia volontà nel Golgota Inverso, un bel cratere di ghaiccio privo di uscita.
Ora sono fuori dalla mia prigione e per una volta posso dire con orgoglio (stavolta non scherzo, leggasi orgoglio) di non esserne fuggito ma di averla mandata in frantumi. Poco eroico forse, visto che me l'ero costruita da me... ma ne vado comunque fiero.
Il mio orgoglio si basa su un fatto semplice e preciso: per distruggere la mia gabbia ho dovuto affrontare me stesso, l'angolo più buio ed oscuro, qualcosa che affondava nelle radici del mio essere da sempre. Qualcosa che mi ha sempre fatto soffrire, che mi ha sempre portato a Correre, a cercare l'Amore degli altri, a sfracellarmi contro una realtà che non volevo vedere e accettare, ossia il gelo e la solitudine delle relazioni umane.
Per descrivere questa paura ricorro a un'immagine molto classica: un Pozzo. Buio, umido, maleodorante, così profondo che dal bordo non se ne vede la fine. Da questo Pozzo è sempre spirato un Vento gelido e mefitico, carico di paura, odio e disprezzo per me stesso. Una voce cavernosa che sussurrava ai miei sogni, alimentando il fuoco della mia ansia.
Sotto l'Albero mi sono protetto da questo Vento. Mi sono avvolto nel profumo dei fiori dell'amore per non sentire l'olezzo. Ma alla fine, rinchiuso in una prigione di ghiaccio di cui ero tanto il carceriere quanto il prigioniero, ho capito che la chiave per uscire dal Golgota era proprio scendere nel Pozzo e prendere la chiave.
Nella mia visione il Pozzo non è solo un semplice buco (da cui, per esempio, potrebbe uscire lo spirito di una bambina non morta e assassina). E' un tunnel verticale e ampio, dotato di una comoda (ancorché scivolosa) scala a chiocciola di pietra. E sopra il pozzo? una Torre altissima, costituita di sole arcate e piloni, senza muro. Una sorta di palazzo dell'Eur in verticale. Al proprio interno la Torre è cava: il vuoto circolare al suo centro è la prosecuzione del Pozzo, proiettato fuori dalla terra verso il cielo plumbeo di nubi.
E qui comincia la mia impresa.
Nel Pozzo sono sceso, in assoluta solitudine. Nessuno mi avrebbe potuto accompagnare. Nel corso della mia lunga e graduale discesa, tante volte l'oscurità vinse il mio scarso coraggio: ma fu solo un ritardo. Ad ogni tentativo, riuscvo a scendere un po' più a fondo. Via via ho lasciato sugli scalini le mie scuse, le mie false sicurezze, alleggerendomi di tutte le mie inutili difese. Non ci sono pericoli nel Pozzo, non ci sono neppure demoni. Solo la paura e la verità più oscura.
Così facendo, un giorno sono giunto sul fondo e la mia meraviglia fu grande. In fondo alla mia anima non ho trovato un mostro tentacoluto, un incubo di zanne e perversione.
Ho trovato una stanza spoglia, con una torcia e una sedia di legno. E sulla sedia? un bambino rannicchiato, solo e in lacrime. Disperato.
Paura di essere abbandonato. Paura di non essere amato. Paura di restare solo a urlare nel buio.
Ecco cosa mi ha sempre tormentato. Io non so perché, da dove venisse. Penso per il divorzio dei miei e soprattutto per il periodo triste e buio che ne è seguito. Ma è Paura. Tanta tanta Paura.
Quel giorno ci fu un grande cambiamento. Accucciato accanto al bambino, recitai il mio credo:
- si può avere Paura senza vergogna
- non si deve avere paura della Paura
- non si deve odiare la Paura ma accettarla per quello che è
- non si deve disprezzare la Paura ma solo affrontarla, giorno per giorno. anche se non la si può sconfiggere
E il bambino smise di piangere, lo presi per mano e diventammo una cosa sola. Lo guidai verso la luce, fuori dal Pozzo e ancora più in alto, in cima alla Torre.
Il Mozzo e la Ruota
Dalla cima della Torre contemplammo l'intero Tartaro, in tutto il suo splendore. Un vento freddo ma non pungente deterse dalle nostre narici il fetore del Pozzo e nell'aria tersa giunse la comprensione.
Eravamo al centro del Tartaro, come una Ruota che gira intorno ad un Mozzo, costituito dal Pozzo e dalla Torre.
Sul tetto della Torre? un bracere spento, pieno di un olio denso e vivifico, anche se pesante e lento. Insieme, io e il bambino usammo la torcia per incendiare l'olio, generando una luce rossa e cupa ma carica di speranza. Una luce di un faro in un mondo deserto e desolato.
L'Esodo dal Golgota Inverso
Del tempo è passato da allora, racconto queste cose guardandomi alle spalle. Ora sono nel Deserto di Pietra.
Il mio Esodo non è stato un atto temporalmente determinato e preciso come quello biblico.
Nessun Mosè ha aperto le acque. Ma a posteriori, mi rendo conto di aver fatto crollare la muraglia di ghiaccio che mi rinchiudeva, sul lato opposto a quello da cui ero precipitato.
Avanti. Devo adare avanti.
Il Deserto è ricco di Oasi, prodotte dai molti canali umani che cerco di scavare man mano. Sono giunto alla conclusione che un modo per non morire di fame è quello di coltivare molti terreni, senza investirci entusiasmi ed energie in eccesso. Non è (solo) cinismo: quando eccedo in un investimento, eccedo anche nelle aspettative. Quando queste vengono deluse, il mio cuore perde un altro pezzo: sono stanco di questo processo erosivo, non ne ho più la forza e la voglia. Ne ho paura.
Le Oasi sono preziose, mi danno ristoro e sollievo. Ma sono soltanto Oasi, non posso fermarmi a lungo. Le Oasi sono lampi di gioia che rischiarano il mio cuore...ma il mio cuore è ancora vuoto. Non sono più smarrito e perduto, ora ho la determinazione che mi sorregge, bruciando dalla cima della Torre, eppure questo non è ancora il momento o il luogo per fermarsi. Qui sopravvivo, mi rafforzo e apprendo cose nuove. Ma la vita è un'altra cosa.
La vera gioia, quella che sgorga dall'interno e dal profondo, è ancora lontana. Eppure sono fiducioso: sono uscito dal Golgota Inverso, uscirò anche dal Deserto di Pietra.
Il Viaggio del Cercatore Continua.
lunedì 7 giugno 2010
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